Adonis sull’onda del Cristo velato

Adonis in un momento del «Concerto per il Cristo velato»

Adonis in un momento del «Concerto per il Cristo velato»

Il trio jazz (Francesco D’Errico al piano, Marco de Tilla al contrabbasso e Dario Guidobaldi alla batteria) disseminava rimbombi, suoni di campane e strisciate di spazzola sui piatti come aliti di vento sul mare. E dal suo canto il testo parla, non a caso, di «un’onda in forma di statua», e aggiunge: «l’acqua è un fazzoletto spiegazzato».
In breve, il fascino del «Concerto per il Cristo velato» dato nella Cappella Sansevero consisteva nella perfetta coincidenza fra il testo di Adonis, appunto «Il Cristo velato», e l’ambiente in cui quelle parole riecheggiavano, a partire, s’intende, dalla celeberrima e stupefacente scultura del Sanmartino. Poiché, tanto per fare un altro esempio, Adonis accenna alle pieghe del velo che copre il Cristo dicendo che «nel descrivere il dolore narrano il corpo».
Quel corpo, infatti, a stento s’intravvede, sembra quasi evanescente; e, così, realizza perfettamente l’aureo aforisma che per «Il libro degli amici» dettò Hofmannsthal: «Bisogna nascondere la profondità. Dove? Alla superficie».
Ciò detto, occorre aggiungere che, però, l’evento di cui parliamo s’è rivelato al di sotto delle sue potenzialità. A rendere «Il Cristo velato», in forma ridotta e con l’aggiunta di altri testi («Damasco», «Beirut I», «Beirut II», «Dodici lanterne per Granada» e «Albero del giorno e della notte»), si alternavano il poeta e pittore Fawzi Al Delmi, che diceva un brano del testo da lui stesso tradotto in italiano, e Adonis, che subito dopo ripeteva il medesimo brano in arabo.
È inutile, dunque, sottolineare la monotonia di un simile schema, che, peraltro, penalizzava, insieme col ritmo dell’esecuzione, anche l’atmosfera sospesa della straordinaria prosa poetica di Adonis. E tanto senza contare che la traduzione di Al Delmi risultava, per qualità e fedeltà, di gran lunga inferiore a quella realizzata nel 2008 da Francesca Corrao e riprodotta, a Venezia, per mezzo dei sovratitoli.
Moltissimi e affettuosi, comunque, gli applausi per l’ottantaquattrenne poeta folgorato sulla via di Napoli. Folgorato al punto di scrivere: «Non mi pare di lasciare Napoli, è come se a lei mi fossi mescolato. (…) È come se non abbandonassi Napoli, io che l’ho lasciata spinto dalle vie che volano».

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 27 marzo 2014)

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