Quando Kezich pestò un piede a Svevo

Giuseppe Pambieri nei panni di Zeno Cosini

Giuseppe Pambieri nei panni di Zeno Cosini

Ovviamente, il problema costituito da «La coscienza di Zeno» è oltremodo complesso, e andrebbe affrontato in ben altra sede. Qui di seguito mi limito, perciò, a proporre le poche considerazioni necessarie a inquadrare l’adattamento del gran romanzo di Svevo firmato da Tullio Kezich e in scena al Mercadante per la regia di Maurizio Scaparro.
Attraverso l’autobiografia, da lui redatta per scopi terapeutici, del benestante borghese triestino Zeno Cosini, Svevo mise l’accento sull’inettitudine alla vita, il disagio morale e l’astenia degl’ideali che, come sappiamo, rappresentano i temi centrali di molta parte della letteratura europea novecentesca. E dunque, vanno giudicati emblematici (e, di più, metaforici) tutti gli eventi, piccoli e grandi, che scandiscono quell’autobiografia: a partire, si capisce, dal proposito di smettere di fumare, che Zeno perennemente disattende, e dal matrimonio, passivamente accettato, dell’«antieroe» in questione con la bruttina Augusta.
Insomma, e giusta la celebre conclusione del romanzo, la «malattia» di cui parla Svevo è di tutti, è una malattia ontologica: e solo così può spiegarsi il paradosso, coniugato con un ossimoro, secondo il quale – per avvicinarsi alla vita – occorre guarire dalla salute. Ma il polveroso (risale all’anno di grazia 1964) adattamento di Kezich punta sul bozzetto realistico, sottolineando – fra lo sceneggiato televisivo e il vaudeville – appena i temi di superficie del gioco in borsa, del commercio e degli svolazzi sentimental-sessuali di Cosini. E per questa via si arriva addirittura all’invenzione (quanto pertinente a uno scrittore come Svevo lascio decidere a voi) della più piccola delle sorelle Malfenti, Anna, che subito si precipita a pestare un piede a Zeno appena lo vede.
Dal canto suo, Scaparro realizza uno spettacolo connotato dalla cifra stilistica che da sempre gli è propria: e quindi parliamo del nitore formale di una rappresentazione garantita dall’eleganza dell’allestimento e dalla sicura professionalità degl’interpreti, primi fra i quali un ottimo Giuseppe Pambieri, che disegna di Zeno un ritratto oscillante fra nevrosi e ironia, e un non meno rilevante Giancarlo Condé nei ruoli del dottor Coprosich e di Enrico Copler.
In conclusione, siamo di fronte a un esempio di teatro profondamente radicato nella tradizione, privo d’impennate ma anche di cadute. E non è poco. Oggi, sempre più spesso, latitano sia la tradizione che l’innovazione.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

(«Il Mattino», 20 marzo 2014)

Questa voce è stata pubblicata in Recensioni. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>