Il risveglio dal coma
con i Beatles e Vasco Rossi

Paolo Facchini, Luigi Ferrarini e Luca Scotton in una scena di «Pinocchio»

Paolo Facchini, Luigi Ferrarini e Luca Scotton in una scena di «Pinocchio»

La locandina di «Pinocchio» – lo spettacolo di Valeria Raimondi ed Enrico Castellani che Babilonia Teatri presenta nella Sala Assoli insieme con Gli Amici di Luca, l’associazione teatrale formata da persone uscite dal coma – mostra un letto d’ospedale sul cui lenzuolo bianco è scritto fra l’altro: «Perdere il passato. Non trovare il futuro». Ciò che significa, in pratica, la riduzione della vita al solo presente. Ovvero, per l’appunto, al teatro, che, infatti, conosce unicamente l’opzione del presente.
In breve, qui si realizza al massimo grado di concettualità e poesia quello che da sempre è il credo teorico di Babilonia Teatri: «Un teatro dove la vita irrompe sulla scena con tutta la sua forza senza essere mediata dalla finzione». Perché, lo ripeto ancora una volta, la maledizione del teatro sta nel fatto che, per sua natura, è costretto a fingere la vita nel momento stesso in cui vive. E gli attori/non attori in campo nella circostanza compiono il miracolo di tramutare quella maledizione in grazia: fingono la recitazione nel momento stesso in cui recitano.
Essi, in altri termini, sono in una perenne condizione di attesa: l’attesa di una vita vera; e in questo somigliano a Pinocchio: il quale, lo sappiamo, attende di tramutarsi da burattino in bambino. Senonché – essendo usciti dal coma ed essendo privi, come recita la locandina dello spettacolo, sia del passato che del futuro – si trovano fuori della storia e non possono, di conseguenza, elaborare un progetto di vita. Possono soltanto esibire – pungolati dalla voce dello stesso Castellani nella veste di una sorta di domatore/psicanalista – la verità assoluta dei loro corpi segnati da cicatrici e menomazioni.
Avete capito, allora. I nostri attori/non attori somigliano, più che al Pinocchio di Collodi, a quello di Carmelo Bene: il lieto folle che – calato in un mero processo, avviato su una strada lastricata di semplici momenti – si rifiuta strenuamente di crescere perché strenuamente abbracciato alla propria innocenza. Ed è per questo, poi, che dalle menomazioni fisiche si libera una comicità anarchica e irresistibile. Come quando, appena sveglio, uno di quei burattini di carne chiede subito all’infermiera: «Me la dai?».
Sono in scena Paolo Facchini, Luigi Ferrarini, Riccardo Sielli e Luca Scotton. E a commentare la sequenza finale arrivano prima i Beatles con «Yesterday» («Improvvisamente non sono l’uomo che ero, c’è un’ombra che sta sopra di me») e poi Vasco Rossi («Voglio una vita spericolata»).

                                                                                                                                            Enrico Fiore

(«Il Mattino», 15 marzo 2014)

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