Trasformate in canto le parole di La Capria

Massimiliano Foà, Daniela Fiorentino e Mercedes Martini in una scena di «Fiori giapponesi»

Massimiliano Foà, Daniela Fiorentino e Mercedes Martini in una scena di «Fiori giapponesi»

Con «Fiori giapponesi», tratto dall’omonimo libro su adattamento e per la regia di Paolo Coletta, si chiude nel migliore dei modi il ciclo di spettacoli dedicato, nel Ridotto del Mercadante, alle opere di Raffaele La Capria: e dico questo non solo a proposito dello spettacolo in sé, ma anche e soprattutto in riferimento al fatto che «Fiori giapponesi» costituisce una riprova eclatante della letterarietà onnivora e totalizzante che caratterizza, giusto, lo scrittore La Capria.
Infatti, c’è in quel libro un racconto assolutamente decisivo, «Un dialogo immaginario», su cui, e davvero non a caso, lo stesso La Capria richiama l’attenzione nella sua «antologia personale» intitolata «Chiamiamolo Candido». A un certo punto del racconto, Max Brod dice a Kafka: «Non preoccuparti, anche se la tua opera ti sopravvive, niente di te, di quel che tu eri mentre (la parola “mentre” è in corsivo, n.d.r.) la scrivevi, più rimane». E si poteva dichiararla meglio, la separatezza della letteratura rispetto alla vita?
Ora, nello spettacolo in questione «Un dialogo immaginario» non compare. Ma è come se riempisse l’intero spazio della rappresentazione: perché Coletta, nel solco del teatro musicale che da sempre predilige (sono sue, infatti, le musiche), trasforma la materia del libro di La Capria in una vera e propria opera buffa mischiata con l’operina da camera, sciogliendo così nel canto l’espressività autoreferenziale del testo originario.
Ad intenderci più compiutamente, possiamo ricordare nel merito quanto in «Embargos» scriveva Moscato: «Perché l’anima legata, canta. Il corpo vincolato, si dibatte». Il corpo, infatti, rappresenta l’evidenza e il risaputo, scontando perciò la finitezza e la soggezione. E quindi tocca all’anima, che per natura è libera, assicurare – appunto per mezzo del canto – il calore e la luce della comunicazione: che, ovviamente, raggiunge lo scopo proprio perché è una comunicazione non verbale.
Obbediscono all’intento di raggiungere quello scopo, e con risultati non meno efficaci, anche il continuo aprirsi e chiudersi di un sipario interno e il ricorso all’uso delle maschere. E convincente, del resto, è l’esito della non facile prova che debbono affrontare gl’interpreti Mario Autore, Daniela Fiorentino, Massimiliano Foà e Mercedes Martini.
Ma credo di poter riassumere il tutto con i versi che Carducci tradusse da Heine: «Lungi, lungi, su l’ali del canto / di qui lungi recare io ti vo’: / là, nei campi fioriti del santo / Gange, un luogo bellissimo io so».

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 16 marzo 2014)

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Una risposta a Trasformate in canto le parole di La Capria

  1. grazie. davvero.
    massimiliano

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