Napoli, la capitale
del teatro che non c’è più

Il Teatro Mercadante

Il Teatro Mercadante

Allora, Luca De Fusco – nel presentare il volume che ripercorre i dieci anni di vita dello Stabile cittadino – ha perorato con forza il diritto dell’istituzione da lui diretta di essere compresa fra i Teatri Nazionali previsti dalla legge Valore Cultura e che, per il momento, sembrano essere stati individuati nel Piccolo di Milano e negli Stabili di Torino, Genova e Roma. E a sostegno di quel diritto De Fusco ha posto la vecchia e ormai logora asserzione che «Napoli è la capitale del teatro italiano».
Ma il direttore dello Stabile, riproponendo per l’ennesima volta quell’asserzione, tanto consolatoria quanto infondata, non ha fatto che confermare l’annosa verità che Napoli è l’unica città del mondo che cammina guardando indietro invece che avanti. Perché – è bene ribadirlo – Napoli è stata capitale del teatro italiano in due sole contingenze: ai tempi preistorici della Commedia dell’Arte e, alla fine degli anni Settanta, nell’ambito del teatro di ricerca capeggiato dai vari Lucariello, Martone, Servillo e Neiwiller. Oggi l’inventività dei comici dell’Arte sopravvive soltanto come una leggenda, e del teatro di ricerca non vi è più alcuna traccia diffusa.
Qualcuno potrebbe obiettare che, sul piano del teatro votato all’innovazione creativa, nemmeno Milano, Torino, Genova e Roma hanno da stare molto allegre. Ma in quelle città, se non altro, viene offerto un teatro di consumo attestato, rispetto a Napoli, su livelli marcatamente superiori, e per la varietà e per la qualità degli spettacoli in cartellone. Senza contare le rassegne di teatro internazionale di prestigio che in varie tornate vengono proposte, poniamo, a Milano e a Torino, prescindendo dalle occasioni uniche e straordinarie come, qui, il Napoli Teatro Festival Italia.
Noi ci siamo ridotti alle tournée cittadine di spettacoli d’accatto imbastiti dai soliti comici d’estrazione televisiva. E questo mentre Roberto De Simone è stato costretto a vegetare ai margini, mentre Antonio Latella è stato costretto a lasciare l’incarico di direttore artistico del Nuovo che aveva appena assunto e mentre lo stesso Nuovo di Igina Di Napoli e Angelo Montella (la casa, negli ultimi decenni, di tutto il teatro connotato dall’impegno culturale d’avanguardia) è stato costretto da insormontabili difficoltà economiche a passare la mano, ossia a passare nelle mani di un impresario privato come Alfredo Balsamo, certamente abilissimo nel suo mestiere ma altrettanto certamente lontano dalla sperimentazione. Senza dimenticare che il Politeama, una volta l’autentico tempio della migliore prosa di giro italiana, risulta praticamente chiuso.

Luca De Fusco

Luca De Fusco

Tutto questo è avvenuto, peraltro, nel pressoché totale silenzio, e delle istituzioni e dei media. E il silenzio, ad onta dei ricorrenti proclami ad usum Delphini, circonda anche la realtà concreta delle potenzialità dello Stabile napoletano. Vogliamo parlare, per esempio, delle sale che ha in dotazione?
Quella principale, il Mercadante, ha possibilità piuttosto limitate, dati lo scarso numero dei posti e, soprattutto, le ridotte dimensioni del palcoscenico. E tanto a prescindere dall’acustica, diventata pessima in conseguenza di lavori di restauro sciagurati, e dalla visione riservata agli spettatori, alquanto scomoda per il fatto che le poltrone non sono sfalsate fra loro ma collocate esattamente l’una dietro l’altra.
Il Ridotto, dal canto suo, è un buco in cui, se stai seduto dalla terza fila in poi, non vedi la parte anteriore dello spazio scenico: perché la gradinata destinata al pubblico è troppo ingombrante rispetto all’ambiente e, per questo motivo, si spinge per l’appunto a contatto con il proscenio. Qualcuno ha mai visto – tanto per restare nel Meridione – l’equivalente intitolato a Strehler esistente presso lo Stabile di Palermo? Al confronto ci fa, pressappoco, la figura di un San Carlo.
Rimane il San Ferdinando, che, a quanto si dice, dovrebbe presto passare nella piena disponibiltà dello Stabile. E il San Ferdinando, con buona pace dello stillicidio retorico circa il suo status (anch’esso trascorso) di «casa di Eduardo», è un teatro che non ha mai avuto vita facile, specialmente a causa del degrado in cui versa la zona circostante. Basta ricordare, in proposito, che venne chiuso perché era diventato il teatro più passivo di tutto il circuito Eti.
D’altronde, non è un caso che lo Stabile napoletano sia nato, come lo stesso De Fusco puntualizza, soltanto dieci anni fa, e quindi con notevole ritardo rispetto a quelli che oggi sono candidati alla qualifica di Teatro Nazionale.
Le conclusioni? Traetele voi, sono palesemente ovvie. Io, in questa sede, mi limito a ripetere che non è con il patriottismo di comodo che potremo uscirne. Ne potremo uscire solo se, finalmente, cominceremo a dire la verità. Intanto, appare assolutamente contraddittorio il fatto che ancora non si sappia alcunché delle manifestazioni che dovrebbero celebrare il trentesimo anniversario della morte del «padre della patria» Eduardo De Filippo.

                                                                                                                                          Enrico Fiore

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9 risposte a Napoli, la capitale
del teatro che non c’è più

  1. Angelo Laurino scrive:

    Caro Maestro, grazie per la lucida e amara analisi sulle sorti della cultura teatrale della nostra città. Dal basso della mia opinione considero che, fino a quando le istituzioni di potere preposte al “fatto” teatrale saranno ostaggio degli interessi dei partiti di Palazzo, la ricerca teatrale andrà purtroppo a farsi… altrove.

    Con stima
    Angelo Laurino

  2. Enrico Fiore scrive:

    Gentile Angelo,
    proprio così: oggi nessuna delle formazioni di punta della ricerca teatrale (leggi Motus, Babilonia Teatri, Ricci/Forte…) è più napoletana.
    Cordiali saluti.
    Enrico Fiore

  3. Floriana Fiorellino scrive:

    Caro Maestro Fiore,

    rattrista constatare lo scarso seguito al suo articolo -certa che non sia passato inosservato- e la perdita di un’occasione di confronto collettivo sulla attuale condizione del Teatro napoletano e la funzione di un teatro stabile.

    Come cittadino ho sempre avvertito doverosa la presenza di un teatro “pubblico” nella mia città, allo stesso modo in cui considero di “pubblico servizio” le scuole, il sistema sanitario , gli istituti di assistenza e previdenza….
    In qualità di spettatore posso accogliere l’idea della vocazione ampia di un teatro stabile con una chiara connotazione territoriale e uno sguardo rivolto ad un pubblico vasto
    Quello che, invece, non riesco ad accettare è il tenore qualitativo della sua programmazione che spesso, è vero, si confonde con quella televisiva; e ancora più mi appare contraddittorio che questo teatro disattenda in pieno il suo ruolo quando non riesca a supportare nemmeno quelle sparute ( ma forse non così tanto) “realtà napoletane” che strenuamente provano a sperimentare.
    Penso certamente, tra i più conosciuti, Latella, a Martone ( ma dov’è finito Martone?) Mimmo Borrelli, ma anche ad altre “piccole” realtà che gli spettatori ostinati sono costretti a vedere in sale molto più fredde e buie del Ridotto dello Stabile.

    Come sempre, i miei
    Cordiali saluti.

    Floriana Fiorellino.

  4. Mimmo Borrelli scrive:

    Maestro Carissimo,
    vorrei darti del tu come facciamo dal vivo, ma è non per distanza ma per stima e rispetto che m’inducono senza costrizione, ma con piacere a darle almeno sulla pagina del LEI, in carattere di battuta non casualmente maiuscolo.
    Che dire seppur ammalato, ho letto il suo bellissimo ed arguto articolo e anch’io ne sono immensamente dispiaciuto, seppur d’accordo della sua puntuale disamina e le lascio un MESSAGGIO PRIVATO (non sapevo a che mail scriverla avevo solo questo riferimento) nella speranza di rivederci presto. Da ottobre, ormai combatto a Milano, con una rara malformazione del canale auricolare e conseguente perforazione del timpano che fin dal settembre scorso non mi faceva reggere in piedi, né mi permetteva di stare in scena (ho bloccato le mie repliche in giro per l’italia a novembre,) con conseguenti nausee e capogiri i quali furibondi non mi lasciavano libero neanche durante la lettura e la scrittura. In tal senso sono sparito per un po’, soprattutto dopo la conseguente operazione di ricostruzione del timpano a gennaio. Spero di farmi vedere in patria partenopea al più presto ed essere in piedi è proprio il caso di dire, per alcune mie prossime avventure sceniche. Devo dire però che anche nel mio caso, lo dico a lei in confidente anteprima, il Piccolo di Milano e il franco Parenti dopo la personale vittoria in dicembre (ero ancora in degenza) del Premio Testori, recitando degli stralci de La Madre al Piccolo Teatro Strelher con pubblico in visibilio, in particolare Sergio Escobar e Ronconi (che entrambi mi seguivano da anni) in cattedra, hanno chiesto mie opere, spettacoli e una continua collaborazione… ho pianto molto per questo e da tempo avrei voluto parlarne con lei circa le scelte, se fossero quelle giuste, se devo accettare. Insomma dato il mio voluto esilio da Napoli, per scelte artistiche che nonostante i premi, nonostante il pubblico nonostante la critica nonostante il tutto mi hanno un po’ fatto allontanare, per mie personali scelte seppur indotte dalla povertà e miserabilità altrui ed anche per mia contraddistinta cocciutaggine… che lei spesso ha bacchettato!! Ora mi sto dedicando alla salute, rimettendo in piedi e lavoro a due progetti ,che ahimé per Napoli, fortunatamente per me, molto probabilmente debutteranno nelle prossime stagioni al Piccolo…. uno un Otello ambientato a Procida in una comunità di marinai del 700…. l’altro Piatate…….
    Spero oltre ai Campi Flegrei, dove di tanto in tanto faccio ritorno, terra che lei ha potuto assaporare al mio piccolo Festival, di tornare artisticamente anche a NAPOLI…. ma sono ormai otto anni che non mi fermavo con almeno uno spettacolo all’anno…… Mi dedico alla salute sì: e poi a milano sarò lieto d’invitarla e ospitarla al Piccolo per queste due produzioni negli anni a seguire………
    Ahimé si, da acuto osservatore quale lei è, ha proprio ragione………. io non credo di fare ricerca, ma solo umilmente di vivere il teatro…….. e ha ragione lei, quando dice che a Napoli ormai c’è poca possibilità di originare la follia e la fantasia di nuove creazioni. Ma non voglio lamentarmi, farò la mia esperienza fuori. Ma spero un giorno di ritornare………. ODISSEO e fermarmi…. verso:
    ‘u paraviso ru marenaro ca è chillo
    addo’ ‘u rimmo è chiammato palillo.

    VIENTO ‘MPOPPA

    MIMMO BORRELLI

  5. Enrico Fiore scrive:

    Di che si meraviglia, cara Floriana? Nell’ambiente teatrale napoletano di oggi due cose vengono tenute in sommo onore: l’omertà, al cui confronto quella che vige tra i mafiosi è una barzelletta (o, a scelta, un valzer di Strauss ballato da un chierichetto e una conversa), e il trasformismo servile nei confronti del potente di turno. Dunque, il silenzio che ha accolto il mio commento sulla Napoli presunta “capitale del teatro italiano” costituisce la prova esaustiva che ho ragione. E tuttavia le eccezioni ci sono, vedi l’intervento da Milano di Mimmo Borrelli e il “grazie” che mi ha mandato dalla Russia Antonio Latella. Meglio pochi ma buoni, è comunque un motivo di speranza.
    Le ricambio i saluti e spero di rivederLa presto.
    Enrico Fiore

  6. luca saccoia scrive:

    Egregio Dott. Fiore,
    mi sono chiesto più volte cosa rispondere o se intervenire o semplicemente esprimere un concetto sul tema del suo articolo in particolare, ma su tante questioni legate alla distribuzione teatrale in generale. Ma i ruoli non sono mai chiari ed è anche questo uno dei motivi dello sbandamento collettivo. “I ruoli”! Chi deve/può fare cosa/quando? Talmente semplice che diventa impossibile!
    Credo che un lavoratore dello spettacolo in generale debba dire quello che ha dentro col proprio lavoro, non importa con che tipo di espressione o linguaggio ma sempre e solo con il proprio lavoro. Così un giornalista dovrebbe fare il proprio lavoro riportando la realtà che lo circonda fotografandola e aggiungendovi il proprio punto di vista. Questo lo sa bene chi in modo effimero “comanda” o tiene i fili del giocattolo “Cultura”. E infatti si chiudono molte porte per arrivare alla “massa”! (e anche qui si potrebbe aprire un dibattito).
    Uno dei motivi che ci ha spinti ad insistere a mettere in scena “L’Anima Buona di Lucignolo” (spettacolo vincitore del bando “Verso il Fringe” 2013, che ha avuto il contributo produttivo al Benevento Città Spettacolo 2012 ed è stato ospitato al Teatro San Ferdinando a gennaio 2014, fuori abbonamento ma in stagione) era proprio tentare di dire in scena delle cose per metafora, tra le righe, col cucchiaino, ad un pubblico quanto più vasto possibile, a certi operatori culturali e anche a una parte della critica. In parte ci siamo riusciti, ma, spenti i riflettori e terminata l’eco del successo strappato coi denti per avere qualche qualche data (vincendo bandi e combattendo quotidianamente da due anni), ci scontriamo contro il famoso muro di gomma dei circuiti (campano e non) dei privati, degli Stabili di innovazione e degli Stabili inaccessibili (non a Napoli, dove almeno ti rispondono in qualche modo), in definitiva con la dinamica classica del “TANTO CHI SEI? QUI CI SERVE IL NOME!!!!”, evitando l’ostacolo, evitando di considerare il pubblico l’unico nome da coccolare e la stagione teatrale l’unico sovrano da servire! Avere tre attori, quattro musicisti e tre tecnici (anche questo è un messaggio chiaro e cioè che per fare una compagnia e dare lavoro servono le figure idonee e nella giusta misura) diventa un lusso e quindi la normalità che indurrebbe a proseguire su questa linea e con gli stessi uomini (che hanno investito col proprio tempo per arrivare a buoni risultati) diventa un punto lontano e il resto dei lavori resta nel famoso cassetto dal momento che pur avendo i “tutto esaurito” ai suddetti Festival e nelle rare occasioni di replica (Positano Festival e Teatro San Ferdinando), pur avendo delle ottime recensioni (online e cartacee), pur avendo l’appoggio del pubblico e addirittura degli addetti ai lavori (è un privilegio in questo mondo), non c’è stata una sola proposta né per l’acquisto del suddetto lavoro né per uno nuovo da creare sulla scia di questo. Ovviamente nessuno di noi resta con le mani in mano e bussiamo a tutte le porte, che purtroppo restano socchiuse lasciando intravvedere il vuoto.
    Le auguro buon lavoro

    Luca Saccoia
    Compagnia Nerosesamo (Napoli)

  7. Enrico Fiore scrive:

    Gentile Signor Saccoia,
    La ringrazio del Suo intervento, ma penso che – se si decide di partecipare a un dibattito – sarebbe bene che lo si facesse lasciando da parte i propri casi personali e affrontando, invece, i problemi generali sul tappeto. Io, nel giornalismo, non ho avuto una carriera degna del nome (ed anzi in più di un’occasione sono stato licenziato e ridotto alla fame) perché ho voluto sempre esprimere liberamente le mie idee, portando avanti una battaglia nell’interesse della collettività. Ma, in cinquant’anni di attività professionale come critico indipendente e assolutamente lontano da qualsiasi compromesso con chi, come Lei scrive, “comanda”, non ho riscontrato lo stesso atteggiamento nei teatranti, i quali procedono in ordine sparso e, quasi sempre, accontentandosi di soddisfare i propri bisogni individuali. E il peggio è che, per riuscirci, spesso si abbandonano (l’ho scritto anche nel corso del dialogo con l’amica Floriana) al trasformismo servile nei confronti del potente di turno. Ne stiamo avendo l’ennesima conferma proprio in questi giorni di discussione circa le sorti dello Stabile di Napoli.
    Voglia gradire, comunque, i miei più cordiali saluti, insieme con l’auspicio di un avvenire meno precario per Lei e la Sua compagnia.
    Enrico Fiore

  8. Davide Iodice scrive:

    Caro Enrico,
    ti scrivo per due motivi: il primo è semplice e lo liquido in breve, informandoti che dall’8 al 13 aprile sarò in scena al piccolo Bellini con un assolo di teatro e danza che ha debuttato la scorsa estate a Primavera dei Teatri e che comincia ora una sua circuitazione. In scena una danzatrice attrice del mio gruppo di lavoro, a cui sono molto affezionato, Alessandra Fabbri. Mi farebbe piacere quindi proporlo al tuo sguardo.
    Il secondo motivo è ben più complesso e richiederebbe pagine e pagine, ed è una riflessione sollecitata dal tuo recente articolo sulla scena napoletana con conseguente eco di dibattito, articolo di cui apprezzo e condivido il segno iconoclasta.
    Pur leggendo puntualmente il tuo blog, tuttavia non riesco a mettere in campo la mia voce, per ritrosia personale, sicuramente, ma anche perché sono convinto che i teatranti napoletani, ( cittadini anch’essi), debbano uscire da una condizione di autoanalisi permanente che inevitabilmente finisce per orientarsi su tre assi: lamentazione per le condizioni di difficoltà (per quanto sacrosanta), ostensione celebrativa della propria «ferita», riduzione dell’esistente a ciò che si conosce che è spesso solo ciò che si vede e quasi mai ciò che realmente vive e si muove, (spesso sotterraneamente) anche nella nostra città e non solo in campo teatrale.
    Eviterò quindi di trasformare il tuo bel blog in un lettino da psicanalista e te da critico libero e studioso attento, a monatto di un rimosso eternamente «ritornante» per dirla con il sommo Enzo.
    Il fatto che il tuo sito sia diventato una assise di confronto indiretto tra i teatranti napoletani dice oltre che dell’ importanza delle tue analisi, anche di quanti fallimenti, anche recentissimi, si siano maturati in questo senso e di quanto necessario sia provare di nuovo a costruire un dialogo, a ricreare una comunità, reale.
    Vogliamo provarci ancora? Vogliamo immaginare un’ occasione di incontro e di studio «permanente»?
    Io ci sono.
    Con l’affetto e la stima di sempre,
    Davide Iodice

  9. Enrico Fiore scrive:

    Caro Davide,
    ti ringrazio molto di questo tuo intervento, che trovo prezioso e stimolante. In effetti, proprio queste due cose mancano al teatro napoletano: il dialogo e la comunità reale. Tutto è diventato soltanto virtuale, come proprio Enzo Moscato ha rilevato di recente.
    Auguriamoci che altri seguano il tuo esempio. E intanto, ti ricambio l’affetto e la stima.
    Enrico Fiore

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