Un festival dell’Eiar nel circo di Viviani

Massimiliano Gallo e Monica Nappo in una scena di «Circo equestre Sgueglia»

Massimiliano Gallo e Monica Nappo in una scena di «Circo equestre Sgueglia»

Lo ripeto ancora una volta. La battuta finale che il clown Samuele rivolge alla compagna di sventura Zenobia – la sua anima, dice Samuele, «se distrae accussì, faticanno, facenno ‘e ggioche pe’ copp’ ‘a sbarra» – è il più alto grido che mai si sia levato dalle tavole di un palcoscenico in nome dell’orgoglio di Napoli. E in breve, attraverso l’affermazione della dignità del lavoro Viviani intese dar conto, in «Circo equestre Sgueglia», dell’affacciarsi delle classi subalterne alla coscienza del proprio ruolo.
Discende da questo la modernità lancinante della scrittura scenica aperta adottata nella circostanza da Don Raffaele: aperta perché giocata sull’angusta terra di nessuno che si stende tra la finzione e la realtà, dove la pista del circo (il teatro), che di tanto in tanto s’intravvede, viene continuamente «aggredita» dalla vita (i luoghi scelti per ciascuno dei tre atti: lo spazio davanti al circo in piazza Mercato, l’interno posteriore del tendone e la piazza del Carmine).
Ma Alfredo Arias – regista dell’allestimento di «Circo equestre Sgueglia» ora riproposto al San Ferdinando dopo il debutto dell’anno scorso nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia – annulla completamente sia gli esterni sia il coro dei personaggi di strada che li popolano (ovvero il rapporto speculare stabilito da Viviani con la società e la storia), riducendo il tutto al piccolo mondo chiuso del circo. E sulla pista di quest’ultimo, al posto dei «numeri» canonici che ovviamente l’autore non ci aveva mostrato, incolla – sul filo della deformazione grottesca a oltranza – un vero e proprio spettacolo di varietà, corredato, per giunta, di una Bettina «en travesti», di una Zenobia presentata a un certo punto come una Madonna che monta la sua corona di stelle su uno scolapasta, di un accenno alla «fellatio» e di un happening in platea di Samuele.
Non è un caso, allora, che alle sole tre canzoni previste dal testo originale qui ne vengano aggiunte addirittura altre otto, tratte un po’ da tutta l’opera di Viviani: fino alla sorta di minifestival che, dietro un microfono da Eiar, sciorina in chiusura, nell’ordine, «Attilio Grillo, «Comme ‘a fronna», «E aspettammo, aspettammo ca vene» e «Avvertimento». E che significa, poi, quella «Canzone ‘e sott’ ‘o carcere» che, affidata da Viviani a Nannina per conto della puttana Graziella, Arias affida invece a un narratore/fine dicitore in frac e cilindro?
Non rimane che citare gl’interpreti migliori: Massimiliano Gallo (Samuele), Monica Nappo (Zenobia), Mauro  Gioia (il narratore/fine dicitore) e Tonino Taiuti (Bagonghi).

                                                                                                                                        Enrico Fiore

(«Il Mattino», 25 febbraio 2014)

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