Un «Avaro» nevrotico sulla sedia a rotelle

Lello Arena in una scena de «L'avaro»

Lello Arena in una scena de «L’avaro»

Basta considerare il celebre dialogo fra Arpagone e Frosina per accorgersi dei contenuti, ben più inquietanti, che si celano sotto la rassicurante superficie farsesca de «L’avaro» di Molière: giacché sappiamo che il catarro e la tosse di Arpagone erano quello stessi dell’autore, non a caso morto appena cinque anni dopo aver scritto la commedia in parola. E perciò Giovanni Macchia poté splendidamente notare che, con quel dialogo, Molière «lasciava un segno del proprio male nel suo ritratto di personaggio comico: una maschera in cui il dolore, dissimulato col riso, diventava smorfia atroce».
Del resto, ancora non a caso Goethe individuò nel gran testo molièriano il «tragico nel senso più alto». E direi che Claudio Di Palma – regista dell’allestimento de «L’avaro» che chiude la stagione dell’Acacia – s’è reso perfettamente conto di tutto questo, illustrandolo con precisione e spingendolo con acume fino a un’esasperazione surreale. Vedi, per cominciare, la livida scena di Luigi Ferrigno.
Nello spazio dell’azione, circondato da vetrine in cui sono esposte sedie eleganti di tutte le fogge, i personaggi (s’intende, Arpagone per primo) hanno a disposizione soltanto una disadorna sedia a rotelle: e con ogni evidenza, abbiamo, sotto specie di simbolo, da un lato la sottolineatura del potere e dell’agiatezza borghesi e, dall’altro, la constatazione della paralisi da fissità monomaniacale che imprigiona l’Avaro.
Infatti, quelle sedie spariscono nel nulla quando Arpagone viene derubato; e allorché i denari gli saranno restituiti, lui potrà lasciare la sedia a rotelle solo per andare a morire prostrato sulla sua famosa cassetta. Così, con un’invenzione assolutamente radicale rispetto al testo di Molière, Di Palma lascia persino immaginare l’ombra che sulla borghesia francese, imbalsamata nei ciechi rituali del possesso e dell’accumulo, avrebbe in seguito steso l’idea della Rivoluzione. E con ciò – nell’ambito di una visione profetica che non è da escludere fosse dello stesso Molière – la «malattia» del personaggio protagonista diventa la metafora della crisi storica di una società.
Un simile impianto concettuale, infine, si riassume e si esalta nella prova di Lello Arena, il quale – sfruttando al meglio i suoi tipici falsetti stizzosi e ingabbiato come un orso, con i capelli unti, in una palandrana sdrucita – fa di Arpagone il prototipo esemplare di una nevrosi vestita di laidezza. Più scolastico il rimanente del cast. Ma è un neo che si può mettere fra parentesi.

                                                                                                                                      Enrico Fiore

(«Il Mattino», 23 febbraio 2014)

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