Cinecittà fra sogni, amarcord e panettoni

Christian De Sica in un momento di «Cinecittà»

Christian De Sica in un momento di «Cinecittà»

«Sono un saltimbanco, mi sento un attore, uno showman, un commediante. Uno che canta, recita, balla. Quando si fa questo mestiere, si dovrebbe saper fare tutto». È l’autoritratto di Christian De Sica riportato nel programma di sala di «Cinecittà», lo spettacolo – in scena al Palapartenope nell’ambito della stagione del Diana – che lui firma con Riccardo Cassini, Marco Mattolini e Giampiero Solari e di cui, ovviamente, è protagonista per la regia dello stesso Solari.
Ebbene, giuro che nei miei circa cinquant’anni di professione non ho mai letto un proclama di teatrante che poi, sul palcoscenico, tenesse altrettanta fede alle parole che lo componevano: e il segreto di una simile riuscita è molto semplice, sta nel fatto che in Christian De Sica coesistono, e perfettamente si fondono, l’entertainer, il crooner e il «primo brillante» delle compagnie ottocentesche, lo specialista dei ruoli elegantemente comici, connotati da un brio stilizzato e sapientemente lontani dai toni farseschi.
È facile immaginare, adesso, a che cosa conduca, in «Cinecittà», questo raro mélange di tecniche e capacità espressive. S’inseguono – in un musical di grande impatto, corredato di un’orchestra di venti elementi diretti con mirata energia da Marco Tiso e di otto danzatori esaltati dalle intriganti coreografie di Franco Miseria – i teneri amarcord, le canzoni «evergreen» e gli sketch relativi agli episodi salienti della carriera di Christian, rivissuti con disinvoltura sul filo dell’autoironia.
Lo sfondo è per l’appunto la «fabbrica dei sogni» costituita dalla mecca romana del cinema, e in particolare il leggendario Studio 5 in cui, tanto per dire, Fellini girò alcuni dei suoi capolavori. Christian De Sica vi giunse la prima volta da bambino, lo teneva per mano il padre Vittorio impegnato nelle riprese de «Il generale Della Rovere». E allora, ecco, per esempio, il saluto affettuoso ad Albertone Sordi, l’omaggio a Frank Sinatra, il provino in cui «Il sabato del villaggio» viene prima declamato alla maniera tonitruante di Mussolini e quindi ridotto, in rapida successione, a Messa cantata, alla «Bella ciao» intonata da un partigiano comunista e a «Quel mazzolin di fiori».
Il virtuosismo attorale accoppiato con l’autoironia tocca infine il culmine con la «lectio magistralis» tenuta in occasione del conferimento a Christian della laurea honoris causa in Cinepanettologia. Bravi, accanto al mattatore, anche Daniela Terreri, Daniele Antonini e Alessio Schiavo. Successo pieno.

                                                                                                                                       Enrico Fiore

(«Il Mattino», 15 febbraio 2015)

                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                               

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