L’incontentabile e quelli che si accontentano

Totò in versione... «pretesca»

Totò in versione… «pretesca»

Giuseppe Fiorello ha rilasciato a «il Giornale» un’intervista, pubblicata lo scorso 31 gennaio, in cui parla del successo riportato dal suo spettacolo «Penso che un sogno così…». E quando l’intervistatore osserva che l’identificazione fra lui e Domenico Modugno «ha convinto tutti. Perfino i critici», Fiorello commenta: «Perfino il più incontentabile di tutti: una storica firma napoletana che dello show ha scritto meraviglie. Il giorno dopo, in teatro, mi guardavano come si guarda un miracolato: “Ma lo sai che quello non ne salva mai nessuno? Che da Totò in giù li ha stroncati proprio tutti?”».
Ho appreso, così, d’essere diventato una specie di leggenda: perché le iperboli costituiscono, appunto, il tratto distintivo delle leggende. Totò morì nel 1967 ed io ho cominciato a fare il critico teatrale in pianta stabile, per «Paese Sera», soltanto nel 1976, precisamente il 14 luglio, con una recensione del «Macbeth» diretto da Tony Stefanucci. Era una recensione molto positiva, e immagino, d’altronde, che molti altri teatranti si siano salvati nei nove anni intercorsi fra la morte del Principe De Curtis e il mio ingresso in campo.
Scherzi a parte, il simpatico commento di Fiorello mi offre l’opportunità di sviluppare alcune considerazioni che spero non inutili. E per cominciare, pongo una domanda: sono io che sono incontentabile o sono gli spettacoli oggi in circolazione che sono il più delle volte brutti o sbagliati (o brutti e sbagliati insieme)?
Per quanto mi riguarda, formulo il giudizio su uno spettacolo dopo averlo sottoposto a un’analisi basata sui dati di fatto: che sono, sostanzialmente, il testo originale (di cui cito quelle che mi sembrano le battute-chiave), gli elementi costitutivi dell’allestimento (i costumi, la scenografia, le musiche) e, s’intende, la regia (ovvero il collegamento fra il testo originale, le eventuali modifiche apportate allo stesso, i predetti elementi costitutivi dell’allestimento e gli attori a disposizione). Insomma, adotto nei confronti dello spettacolo da giudicare lo stesso atteggiamento freddo che adotta l’anatomopatologo nei confronti degli organi e dei tessuti da curare. Non mi spingono simpatie o antipatie, né alcun interesse privato. E aspetto ancora, dopo tanti anni di professione, che qualcuno dei teatranti da me giudicati negativamente (e che spesso hanno reagito con ridicole lettere ai giornali, insulti scomposti e addirittura querele per diffamazione, poi ritirate quando i querelanti si resero conto che avrebbero perso la causa) mi dimostri – sul piano scientifico - che la mia analisi era sbagliata.
C’è, però, da porre anche una seconda domanda: sono io che sono incontentabile (anzi, «il più incontentabile di tutti») o sono la maggior parte dei miei colleghi che si accontentano troppo facilmente? E se propendiamo per la seconda ipotesi, dobbiamo chiederci – visto che quell’«accontentarsi» non viene, di solito, giustificato con un’analisi, e men che meno con un’analisi paragonabile alle mie – se si tratta soltanto di una questione di gusti personali o se si tratta di giudizi interessati.
Io la risposta a queste domande ce l’ho. Ma mi auguro che, soprattutto, ce l’abbiano (e nel proprio interesse) i teatranti. E mi auguro – anche se non ci conto molto – che qualcuno di loro voglia comunicarmela, magari smentendomi con l’invio di qualche recensione di altri che finalmente dimostri la fondatezza di taluni degli elogi «pindarici» sparsi in giro.

                                                                                                                                       Enrico Fiore

                                                                                                                                                                                                                                     

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