Una lettera che ridesta il suono della nostalgia

Gaia Aprea in una scena de «L'amorosa inchiesta»

Gaia Aprea in una scena de «L’amorosa inchiesta»

A proposito de «L’armonia perduta», il ciclo di spettacoli dedicato nel Ridotto del Mercadante alle opere di Raffaele La Capria, devo subito ribadire quanto già osservai in merito all’allestimento tratto da «Ferito a morte»: se esiste una cosa esattamente opposta a La Capria (voglio dire alla sua poetica, alla sua scrittura e ai suoi temi centrali), quella è il teatro. A cominciare dal fatto che il teatro conosce solo l’opzione del «qui e ora», mentre in La Capria hanno un ruolo assolutamente decisivo i salti di spazio e di tempo.
Insomma, siamo alla differenza fra il corpo (l’epifania scenica) e l’immagine (l’apriorismo letterario): una differenza che, poi, traduce lo scarto – in La Capria ineluttabile – fra la realtà e il pensiero, fra la storia e la metafisica. Senza contare che il teatro sconta quasi stabilmente la caduta in quel naturalismo che lo stesso La Capria giudicò, puramente e semplicemente, «repressivo».
Tutto questo appare ancora più evidente (intendo con evidenza determinante) nel caso de «L’amorosa inchiesta», lo spettacolo tratto dal libro omonimo per la regia di Luca De Fusco. Si tratta della lettera che La Capria indirizza a colei che fu il suo primo amore, per indagare, appunto, sulle ragioni che causarono la fine del loro rapporto. Ed è l’autore stesso a metterci sull’avviso, quando, in «Chiamiamolo Candido», dichiara: «L’ho chiamata Elène per ricordare la bellezza di Elena di Troia», aggiungendo che «L’amorosa inchiesta» è «un libro dell’immaturità e dell’inadeguatezza».
Ebbene, la sostanza della letteratura non consiste proprio nella sua «immaturità» e nella sua «inadeguatezza» rispetto alla vita? E non sono quell’«immaturità» e quell’«inadeguatezza che fanno dello scrivere il «gioco insensato» di cui parla Blanchot?
Come se non bastasse, in questa, ch’è la prima lettera de «L’amorosa inchiesta», le chiamate in causa della letteratura si sprecano: a cominciare, figuriamoci, dal Proust de «les jeunes filles en fleur» per finire, addirittura, a Carducci, passando per Mann, Tolstoj, Dostoevskij, Stendhal, Rimbaud, Baudelaire e Rilke. Senza contare che l’incontro tra La Capria ed Elène avviene nella libreria Guida di piazza dei Martiri, in cui – appunto – l’autore dice di aver scoperto «l’affascinante sentiero della letteratura».
De Fusco, dunque, fa bene a chiudere l’interprete in una campana di plexiglas, come una Madonna antica o un pastore del presepe. Sottolinea, così, giusto la separatezza della letteratura dalla vita. Ma qui, purtroppo, c’è anche la separatezza della letteratura dal teatro: e si manifesta nel momento in cui, dovendo dar luogo a un minimo di azione, si cede alla mimesi realistica, tentando, poniamo, di «riprodurre» con pantaloni aderenti e coda di cavallo l’adolescente d’«antan».
Però… però, davvero, quant’è brava Gaia Aprea! Fra le sue mani, e attraverso la sua voce, quella lettera diventa il soprassalto della fotografia ingiallita ritrovata in un vecchio album. E la lievissima cadenza napoletana che adotta, un velo di cipria sulla pelle del tempo, celebra la rivincita del corpo, echeggiando il suono della sottile nostalgia che certamente ha sentito l’esule La Capria.

                                                                                                                                       Enrico Fiore

(«Il Mattino», 17 gennaio 2014)

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