Neiwiller, la poesia come impegno civile

Antonio Neiwiller – foto di Cesare Accetta

Antonio Neiwiller – foto di Cesare Accetta

Con lo spettacolo «Titanic the end» – riallestito da Salvatore Cantalupo, uno degli interpreti dell’edizione originaria – prende il via stasera alle 20,30, nella Sala Assoli, un omaggio ad Antonio Neiwiller nel ventennale della scomparsa. Lo spettacolo sarà poi replicato dal 21 al Teatro Antonio Ghirelli di Salerno e dal 29 al Civico 14 di Caserta. Al Teatro Vascello di Roma, invece, avrà luogo dalle 18,30 di domani l’incontro «Antonio Neiwiller al cinema», con testimonianze circa le sue interpretazioni al fianco di Carlo Cecchi, Nanni Moretti, Toni Servillo, Andrea Renzi e Renato Carpentieri e la proiezione de «Il monologo de “L’altro sguardo”» di Rossella Ragazzi e di scene tratte da «Morte di un matematico napoletano» di Mario Martone e «Caro diario» di Nanni Moretti. L’incontro verrà riproposto alle 11,30 di domenica presso l’ex Asilo Filangieri di Napoli.
Fin qui la cronaca. Ma s’impone subito una domanda: visto che nel 2003, a dieci anni dalla morte prematura di Neiwiller, anche Pierpaolo Sepe allestì uno spettacolo ispirato, appunto come quello di Neiwiller, a «La fine del Titanic» di Enzensberger, perché proprio il titolo in questione appare ineludibile ogni volta che cadono simili anniversari?
La risposta, ovviamente, sta nella storia. E giova ricordare, in proposito, che il primo spettacolo significativo di Neiwiller, che aveva appena fondato con Carpentieri la cooperativa «Teatro dei Mutamenti» (in seguito confluita in Teatri Uniti insieme con Falso Movimento di Martone e il Teatro Studio di Servillo), fu, nel 1977, «Maestri cercando: Elio Vittorini». Uno spettacolo il cui titolo non sarebbe potuto essere più esplicito: giacché per un verso indicava la volontà (e il bisogno) di rintracciare sicuri punti di riferimento sul piano teorico e per l’altro precisava, giusto facendo il nome di Vittorini, che quei punti di riferimento non potevano prescindere da una caratterizzazione «militante».
In Neiwiller, difatti, l’attività artistica e l’impegno civile e politico furono incessantemente e strettissimamente congiunti. E di qui scaturì l’attenzione prevalente rivolta alla Parola: quella poetica soprattutto, poiché lo stesso Neiwiller era, del resto, scrittore di poesia.    Parliamo, in breve, di una tensione ideale e culturale che davvero non a caso trovò in Pasolini una fonte d’ispirazione decisiva. Voglio dire che la ricerca di Neiwiller va riferita all’obiettivo che per l’appunto Pasolini indicò nel suo celebre manifesto «Per un nuovo Teatro»: quello di sostituire al «teatro della Chiacchiera» un teatro che trovi «il suo “spazio teatrale” non nell’ambiente ma nella testa».
In altri termini, l’obiettivo di Antonio Neiwiller fu sempre, e irrinunciabilmente, il colloquio creativo con il pubblico. E dunque, il cerchio si chiude perfettamente: se penso che Enzensberger, mentre nel ’63 iniziava «Origine di una poesia» dichiarando: «Signore e Signori, non ho niente di nuovo da dirvi», poi scrisse quasi sempre in seconda persona. Era l’eroico tormento dell’ansia di comunicare. Lo stesso che incarnò Neiwiller quando, nei panni del povero fantaccino impaurito de «Il desiderio preso per la coda» di Picasso diretto da Martone, abbandonava la baionetta per stringersi al petto – ultima difesa ed arma rintracciabili – soltanto un fraterno fiasco di vino.

                                                                                                                                    Enrico Fiore

(«Il Mattino», 8 novembre 2013)

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