Buccirosso come Erdogan:
vuole abolire la stampa

Carlo Buccirosso

Carlo Buccirosso

Ho ricevuto dal Diana il seguente avviso: «Si comunica che come da disposizioni dell’attore Carlo Buccirosso non è gradita la stampa in occasione dello spettacolo in scena al Teatro Diana da mercoledì 17 dicembre». Un avviso che ricalca quello che il Diana mi aveva già spedito l’anno scorso.
Ora, potrei limitarmi, personalmente, a citare come commento il noto adagio napoletano «Giorgio se ne vo’ i’ e ‘o vescovo n’ ‘o vo’ manna’». Perché da ben sette anni non vado a vedere uno spettacolo di Buccirosso: precisamente da quando, il 4 gennaio del 2007, «Il Mattino» ospitò una lettera in cui lo stesso Buccirosso definiva «distratta» e «frettolosa» la mia recensione (peraltro in buona misura positiva) della di lui commedia «Vogliamoci tanto bene», in pratica accusandomi di non aver capito niente e del testo e dell’allestimento che ne era stato realizzato.
In calce alla lettera in questione, pubblicai a mia volta una risposta in cui osservavo fra l’altro: «Prendo atto che il signor Buccirosso vuole abolire la critica teatrale. A questo punto, però, dovrebbe mettersi d’accordo con i suoi produttori: i quali, come si dice, mi hanno tolto il sonno e la pace perché andassi a vedere “Vogliamoci tanto bene”, per giunta mandandomene preventivamente a casa il copione e sollecitandomi, con sperticate attestazioni di stima, proprio quel giudizio che adesso il mio interlocutore non mi ritiene autorizzato ad esprimere».
In merito alla comunicazione del teatro Diana, occorre però aggiungere qualche altro, piccolo rilievo: 1) un teatro è un luogo pubblico, in cui qualsiasi cittadino ha il diritto di entrare (ciò che, naturalmente, vale anche per i giornalisti, i quali, ammesso che ne abbiano voglia, possono pagare il biglietto se, come nella circostanza, quel teatro non intende accoglierli nella loro veste professionale); 2) non si capisce perché il Diana abbia allegato, alla comunicazione in parola, la locandina dello spettacolo, «Una famiglia quasi perfetta», e le note di regia di Buccirosso (se noi, in quanto «stampa», non siamo «graditi», che ce ne frega dello spettacolo di Buccirosso e delle sue note di regia?); 3) e non si capisce neanche l’«appecoronamento» della stampa medesima, che all’atteggiamento di Buccirosso ha replicato pubblicando i soliti articoli di presentazione del suo spettacolo e non facendo calare su di lui il doveroso e salutare silenzio che sarebbe stato logico determinare.
Tralascio, infine, qualsiasi considerazione circa il bene che l’indurre una simile atmosfera porta al dibattito culturale e alla circolazione delle idee che (cosa di cui ci si riempie la bocca ad ogni pie’ sospinto) il teatro dovrebbe garantire.
Solo un ultimo appunto: come già in «Vogliamoci tanto bene», anche in «Una famiglia quasi perfetta» Buccirosso affronta (lo scriveva nella citata lettera a «Il Mattino») il tema della «disgregazione del nucleo familiare». A parte il fatto che, tanto per citare un altro proverbio, è la varietà che mette appetito, forse si giustifica il sospetto che affrontare un argomento del genere risulti alquanto azzardato mentre si celebra il trentesimo anniversario della morte di un certo Eduardo De Filippo, che appunto quell’argomento pose al centro della sua drammaturgia. Ma chiedo scusa a Buccirosso: magari non ho capito nemmeno questo, che lui è pari, se non superiore, a Eduardo De Filippo.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

                                                                                                                                              

 

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