Pina Cipriani, una voce nel vento

Pina Cipriani

Pina Cipriani

«È un’isola a sé nel panorama della canzone napoletana». E poi: «Io sono un poeta fortunato: i miei versi sono stati cantati da Sergio Bruni e da lei».
Ecco, potremmo racchiudere fra queste due dichiarazioni – l’una di Raimondo Di Sandro e l’altra di Salvatore Palomba – la serata svoltasi venerdì scorso alla Domus Ars. Sotto il titolo «’Sta canzone è ‘nu pizzeco ‘e vita», celebrava i cinquant’anni di carriera di Pina Cipriani. Ed è stata, in effetti, una festa tra amici, a cui hanno partecipato, oltre a Di Sandro e a Palomba, il figlio di Pina, Egidio Mastrominico, Renata Cataldi, Giosi Cincotti, Marco Gesualdi, Giacomo Pedicini, Enzo Amato, Carlo Faiello, Piero De Asmundis, Daniele Sepe, Toni Cercola, Giovanni e Matteo Mauriello.
Tutti a circondare d’affetto, e molti ad accompagnare con i loro strumenti, quella voce ch’è una delle incarnazioni più preziose dell’anima canora di Napoli e, quando risuona, si prende in mano il tuo cuore. E sono venute così, poniamo, le esecuzioni straordinarie di «Che t’aggio ‘a di’», «Amaro è ‘o bene», «Uocchie c’arraggiunate», «Chesta è la terra mia», giù giù fino a «Carmela», «Io vulesse truva’ pace» e persino «Le foglie morte». Da Nardella a, per l’appunto, Sergio Bruni e Salvatore Palomba, da Falvo al poeta cilentano Giuseppe Liuccio, da Eduardo De Filippo a Prévert e Kosma.
A me, però, quelle esecuzioni straordinarie hanno provocato soprattutto l’effetto di farmi tornare in mente, ancora una volta, i versi di Hofmannsthal: «Corre il vento di primavera / per viali spogli, / vi sono strane cose / nel suo soffiare». Venerdì sera c’era, il vento; e siccome si trattava di scirocco, alimentava proprio un caldo primaverile. E i viali spogli sono quelli di una Napoli che a poco a poco lascia seccare i suoi alberi più rigogliosi, come l’attività di una vita svolta da Pina nel Sancarluccio che è stata costretta ad abbandonare.
In proposito, riprendo nella circostanza l’osservazione di Laurence Olivier che su questo sito ha già ricordato Raffaele Di Florio:  il Teatro (in quanto edificio) è il segno esterno di una «civiltà interna». Nel Sancarluccio viveva proprio quella «civiltà interna». Ed è proprio in quella «civiltà interna» che consistono le «strane cose» che, nel solco di Hofmannsthal, ho rintracciato venerdì sera nel soffiare dello scirocco: sono «strane» in rapporto ai tempi miserabili che corrono.
Ma, per chiudere, non trovo di meglio che constatare come nella festa di cui parliamo la presenza più forte sia stata – e proprio perché non più fatta di carne e sangue – quella dell’indimenticabile Franco Nico, autore delle musiche di molti dei brani eseguiti e, soprattutto, marito e compagno d’arte di Pina. Dunque, penso di nuovo ai versi finali della poesia di Alfonso Gatto da lui rivestita di note: «per qualche sera la vita / si scalda con le sue mani / a quegli accordi lontani / del tempo che fu».

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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