Fedra rivisitata in chiave femminista

Galatea Ranzi nei panni di Fedra

Galatea Ranzi nei panni di Fedra

La particolarità di «Fedra. Diritto all’amore» – il testo di Eva Cantarella in scena alla Galleria Toledo per la regia di Consuelo Barilari – sta nel fatto che capovolge l’assunto comune ai più noti drammaturghi (Euripide, Seneca, Racine, Pradon, Swinburne e D’Annunzio) che si sono occupati del celebre personaggio.
In precedenza, voglio dire, l’amore tragico di Fedra per il figliastro Ippolito era stato visto, sostanzialmente, come una passione, non solo nel senso ordinario del termine, quello di un acceso trasporto sentimentale e sensuale, ma anche e soprattutto nel senso etimologico del termine stesso, quello del patire, nel nostro caso del patire il destino o la volontà degli dei.
La Cantarella, invece, ci presenta una Fedra che compie una libera scelta. E dunque una Fedra lontanissima, poniamo, dalla tesi di Racine, che ne faceva un’antieroina di estrazione giansenista perseguitata dal rimorso e torturata, proprio in chiave cristiana, dall’orrore che – giusta, aggiungo, la «Summa theologiae» di Tommaso d’Aquino – appunto il cristiano non può non provare di fronte al peccato.
Insomma, più che incarnare (come secondo Boileau) il «dolore virtuoso» dell’essere «suo malgrado perfida e incestuosa», la Fedra della Cantarella si manifesta quale una paladina del diritto all’autodeterminazione, contro ogni divieto morale, sociale o familiare. Ma occorre osservare subito che il testo in questione è piuttosto debole: non tanto perché la sua esiguità (appena undici pagine) impedisce un adeguato sviluppo drammaturgico dell’assunto che adotta, quanto e specialmente perché quell’assunto si presenta nella forma schematica di un proclama femminista in ritardo.
Come giudicare altrimenti la battuta: «Ho combattuto contro i miei sentimenti, ho cercato di attenermi alle regole che sono state insegnate anche a me, come a tutte le donne, ma pur conoscendone i rischi e le conseguenze ho deciso di amare. Ho deciso e cercato, contro ogni convenzione, di prendere nelle mie mani la mia vita, costasse quel che costasse»?
Un pleonasmo reso ancora più pesante dal profluvio di segni, peraltro scontati, che determina la regia. Fedra (lo straniamento!) fa il suo ingresso come una diva da proverbio – soprabito lungo e occhialoni neri – tra gli applausi dei fan e i flash dei paparazzi. E sul velatino che chiude il boccascena viene proiettato davvero di tutto: dalle immagini del film «Phaedra» di Dassin (quelle della morte di Ippolito) alle colonne di templi classici (tanto per far Grecia), dalla porta che s’apre sul buio (oddio, l’inconscio?) a ghirigori sospesi tra la figurazione psichedelica e l’optical art. Senza contare le due canzoni in «dimotikì» (sempre per far Grecia), le danze sognanti della protagonista e le lunghissime litanie a base di «Fedra, Fedra, Fedra».
Non restano che la classe, la tecnica e la recitazione modernissima di Galatea Ranzi. Ma in quest’occasione sono sprecate. Si tratta solo di uno spettacolo pensato e realizzato in funzione del «Festival dell’Eccellenza al Femminile» che lo produce.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 28 novembre 2014)

 

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