Lanzetta e Salvatore
in polemica con Eduardo

Da sinistra, Federico Salvatore e Peppe Lanzetta

Da sinistra, Federico Salvatore e Peppe Lanzetta

Va bene che le vie del teatro sono infinite, ma certe volte diventano cunicoli stretti e bui che non sai né perché siano stati scavati né dove portino. E facciamo, al riguardo, l’esempio dello spettacolo in scena all’Augusteo, che reca il titolo «Pascià» e, per quanto riguarda gli autori, la specifica: «Da un progetto di Gaetano Liguori. Opera in prosa e musica di Peppe Lanzetta. Scritto con Gaetano Liguori, Edoardo Guadagno e Rosario Minervini».
Non si capisce chi abbia scritto cosa. E non si capisce nemmeno il sostantivo «interpretativa» (in italiano non esiste) che il programma di sala indica fra le doti precipue di Lanzetta. Si capisce solo, sempre stando al programma di sala, che lo spettacolo – prodotto dal Teatro Totò e dall’Arteteca, ovvero dal Bracco – vorrebbe essere «lo sguardo puntato su una città ferita, devastata dalla crisi, guardata attraverso gli occhi dei giovani, delle loro intemperanze, le loro inquietudini, il loro malessere».
A conti fatti, però, verifichiamo che i problemi di Napoli qui accennati al volo (dalla vicenda di Bagnoli all’invadenza dei cinesi nel commercio) vengono appiccicati, quasi tatuaggi cancellabili, su un corpo che replica il format solitamente in uso, per l’appunto, nei teatri Totò e Bracco, che nessuno, credo, si sogna d’immaginare come templi dediti al culto di Brecht: e di conseguenza, ecco che quei problemi risultano sommersi dal susseguirsi – fra canzoni e intermezzi con ragazzotte sgambettanti – di scenette da cabaret che offrono, per capirci, battute del genere: una dice «basilico», un altro la corregge con «basito» e la prima replica «ah, un bacetto spagnolo».
Sì, è piuttosto difficile passare di punto in bianco da spettacoli come «Arriva la nonna allo Cheri Cheri» all’analisi delle disillusioni seguite alle Quattro Giornate.
Fra i protagonisti lo stesso Peppe Lanzetta («’O Pittbull»), Federico Salvatore (Sabatino Sabatino) e Caterina De Santis (Brigida Guarracino). Ma i migliori mi sembrano Massimo Masiello (Salvatore Sabatino), Rosario Minervini («Hendrix») e il percussionista Ciccio Merolla.
Lo spettacolo finisce opponendo alla fatidica battuta di Eduardo «il desiderio di non aspettare più che la nottata passi». E mi torna in mente che qualcosa di molto simile disse già parecchi anni fa un tal Luigi Compagnone. Io sono stato sempre convinto che fosse uno scrittore, ma forse faceva pure lui il cabarettista.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

(«Il Mattino», 27 novembre 2014)

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