Ritorna l’attore chiamato Riccardo III

Massimo Ranieri in «Riccardo III»

Massimo Ranieri in «Riccardo III»

«Ho capito chiaramente una cosa: Riccardo III è soprattutto un grandissimo attore». Questo il succo delle note di Massimo Ranieri, regista e protagonista, per l’appunto, dell’allestimento di «Riccardo III», ora in scena al Diana.
Ma non è una scoperta. L’aveva già scritto, nell’anno di grazia 1961, un certo Jan Kott: «Riccardo è impersonale come la storia. Mette in moto il rullo compressore della storia, dopodiché il rullo lo stritola. Riccardo non è neanche crudele. Non rientra in nessuno schema psicologico. È la storia pura. Uno dei suoi capitoli ricorrenti. Non ha volto».
Infatti, se Riccardo non ha che il volto che gli attribuisce la storia, vuol dire che si limita a recitare una parte; ed è, dunque, proprio un attore. Così, del resto, nel ’60 lo interpretò Woszczevowicz all’Ateneum di Varsavia, per giunta connotandolo con strenue e dichiarate movenze comiche. E così, nei tempi più recenti, lo hanno interpretato fra gli altri registi come Antonio Calenda e Sam Mendes e protagonisti come Kevin Spacey e Alessandro Gassmann.
D’altronde, il tema del «teatro nel teatro» è ben presente in questo dramma: basta pensare, in proposito, al suo impianto da tragedia classica mutuato da Seneca e attraversato dalla costante influenza di Marlowe o, sul piano del contingente, alla circostanza che il ruolo di Riccardo fu probabilmente tagliato su misura per Dick Burbage, primattore e ragazzo/ragazza di Shakespeare, così come giusto Marlowe fece con i suoi personaggi nei confronti di Edward Alleyn.
Senza contare la battuta, in tal senso assolutamente inequivocabile, che proprio all’inizio (atto I, scena I) viene messa in bocca a Riccardo: «Non conosco altro piacere, per ingannare il tempo, che sbirciare la mia ombra al sole e intonar variazioni sulla mia deformità».
Ma veniamo allo spettacolo di Ranieri. L’azione (si svolge all’interno di un cilindro nero che allude piuttosto «telefonatamente» alla Torre di Londra) è segnata dai tamburi che spadroneggiano nella colonna sonora di Ennio Morricone e da pistolettate a ripetizione, che ammazzano le vittime designate con un effetto western. E lui, Ranieri, ossequia con diligenza plateale l’assioma d’avvio: nel momento in cui Riccardo ascende al trono, indossa il mantello regale direttamente sullo smoking anni Quaranta, doppiopetto e con tanto di bretelle.
Fra i comprimari spicca, invece, una Margherita Di Rauso che chissà perché fa della regina Margherita un’alcolizzata.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 25 novembre 2014)

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