Eduardo al posto di San Gennaro

Ernesto Galli della Loggia

Ernesto Galli della Loggia

A proposito de «Il giovane favoloso» i giornali hanno pubblicato molti commenti di autorevoli intellettuali e opinionisti, dai più avvertiti dei quali il film di Martone è stato utilizzato come spunto per allargare il discorso alla situazione attuale e complessiva di Napoli. E mi hanno colpito, in particolare, le considerazioni sviluppate sul «Corriere del Mezzogiorno» da Ernesto Galli della Loggia e Roberto Esposito.
Ernesto Galli della Loggia ha scritto fra l’altro: «Napoli è oggi (e dunque anche retrospettivamente) qualcosa di irrappresentabile in termini autentici. Irrappresentabile perché – caduti tutti i miti e i progetti costruitile intorno in un secolo e oltre: i traffici marittimi, lo sviluppo industriale, il turismo e quant’altro – nessuno ha più un’idea di che cosa essa possa divenire, dove essa possa andare. E alla fine di che cosa essa veramente sia. Non a caso a Napoli la modernità tende a spogliarsi di qualunque contenuto propriamente riferibile a sé medesima, al suo significato diciamo così universale, e a rompersi, a frangersi in mille direzioni inconciliabili fino a divenire puro (e dunque insignificante) connotato cronologico. La città è da tempo un testo muto e illeggibile, il suo destino una sorta di enigma storico-sociologico che dal presente si allarga inevitabilmente anche al passato. Il folklore viene così ad essere il solo surrogato di rappresentazione possibile».

Roberto Esposito

Roberto Esposito

Dal canto suo, Roberto Esposito sostiene, in sintesi, quanto segue: «Napoli è, come dire, una città immaginaria. Oggi tutte le città hanno una loro cifra. E non solo le grandi metropoli come Parigi, Berlino o Londra, ma anche i centri più piccoli come Siena o Agrigento. Questa cifra è il rapporto tra l’immagine della città e la città reale. E a Napoli non c’è alcun rapporto fra l’immagine della città e la città reale. Qui c’è solo l’immagine, non la città vera. Si ha la sensazione chiara che quel che accade qui sembra imitare, per l’appunto, un’immagine. Di qui la perdita di identità. Napoli è preda delle rappresentazioni che si creano, una girandola di immagini. Napoli è questo, l’imitazione dell’imitazione».
È quanto, parola più parola meno, io stesso vado sostenendo da anni. E si tratta di considerazioni che, naturalmente, valgono anche per il teatro. Ne stiamo avendo l’ennesima dimostrazione dal dibattito (sarebbe meglio usare il termine chiacchiericcio) inscenato per celebrare il trentesimo anniversario della morte di Eduardo De Filippo: quest’ultimo, come volevasi dimostrare, è stato trasformato in uno dei mille tappeti sotto cui a Napoli ci s’ingegna a nascondere la polvere di un presente asfittico e disastrato oltre ogni limite di logica e di tollerabilità. In breve, Eduardo De Filippo è stato messo al posto di San Gennaro, sarebbe lui a dover compiere il miracolo di sciogliere il sangue impietrito che dorme nelle vene del teatro napoletano.

Isa Danieli

Isa Danieli

A questo punto, credo che – fra i tanti che hanno parlato in occasione della ricorrenza citata – l’unica a mettere il dito nella piaga sia stata Isa Danieli. Quando un cronista de «la Repubblica» le ha chiesto che cosa resta oggi del lavoro del suo maestro, appunto Eduardo, lei ha risposto: «Purtroppo le cose non stanno andando come si sperava. I teatri chiudono e di compagnie ormai se ne mettono su poche».
Guardiamoci in giro, allora. Il Politeama, che all’epoca della gestione Scarano fu l’autentico tempio della prosa di giro italiana, è chiuso da anni (e qualcuno dovrebbe spiegarci perché Francesco Caccavale, il gestore dell’Augusteo, continua a tenerlo chiuso pur avendolo preso in affitto per una non modica somma). L’Acacia, che appena l’anno scorso s’era impegnato in una programmazione piuttosto accattivante, ha subito richiuso i battenti. E per quanto riguarda le compagnie, è sotto gli occhi di tutti – ammesso che le stesse nascano – la loro ormai sempre più raffazzonata consistenza, e per ciò che attiene al numero dei componenti e, soprattutto, in riferimento al livello qualitativo.
Questo significa spettacoli sempre più brutti e l’impossibilità di mettere in scena decentemente i testi (a cominciare proprio da quelli di Eduardo) che prevedono molti personaggi. E infine, vorrei chiedere a Luca De Filippo, che ha sostenuto che «Eduardo i giovani lo seguono», a quali giovani si riferisce. I giovani, ahinoi, a teatro non ci vanno, a meno che non vi vengano deportati con mezzi e scopi nello stesso tempo opinabilissimi e inutili.
Recentemente, ho visto al Carignano di Torino, prodotto dallo Stabile locale diretto dal napoletano Mario Martone, il «Falstaff» firmato dal napoletano Andrea De Rosa, ex direttore del nostro Stabile. Uno spettacolo intelligente e coinvolgente, come ho scritto. Ma alla seconda recita, quella a cui ho assistito io, c’erano in sala soltanto spettatori vecchi, e in parecchi casi molto vecchi. Ed è facile immaginare i commenti che si scambiavano sotto voce di fronte a un allestimento che non erano assolutamente in grado di capire e di apprezzare. Ma, alla fine, tutti ad applaudire, per cortesia o per non passare da incompetenti. Che facciamo, vogliamo continuare a illuderci e, per l’appunto, a sostituire la realtà con un’immagine?

                                                                                                                                             Enrico Fiore

Questa voce è stata pubblicata in Commenti. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>