Eduardo (tradito) al Kursaal

È proprio il caso di dire, parafrasando la proverbiale formula dell’aritmetica, che variando gli attori (e qualcuno dei testi) lo spettacolo non cambia. Infatti, al posto di Silvio Orlando, Rocco Papaleo e Gea Martire ci sono adesso Francesco Paolantoni, Tonino Taiuti e Mariangela D’Abbraccio, così come al posto di «Requie a l’anema soja…» e di «Quei figuri di trent’anni fa» compaiono «La vedova allegra» e «Amicizia»; ma il regista è ancora Armando Pugliese, tornano «La voce del padrone» e «Pericolosamente» e, soprattutto, «Eduardo al Kursaal» – l’allestimento basato sugli atti unici defilippiani in scena all’Augusteo – presenta le stesse carenze della sua prima edizione, datata 2001.
Lo ripeto, siamo di fronte a materiali che, pur nella loro levità di superficie, risultano piuttosto importanti. Tanto che, a proposito del varietà degli anni Trenta, Eduardo parlò di un genere di spettacolo che alla «ristrettezza di mezzi» accoppiava «tale consapevolezza della realtà sociale da elevare i limiti di quei “polpettoni” alla napoletana al rango di autentica denunzia, che allo spettatore accorto assumeva valore di aperta polemica nei confronti del preteso benessere propagandato dal fascismo».
Ebbene, nello spettacolo di Pugliese tutto questo appare messo completamente in ombra. E, quel ch’è peggio, ai testi originali di Eduardo vengono aggiunte battute tanto inventate quanto grossolane. Basti, al riguardo, considerare il direttore d’orchestra de «La vedova allegra» che, scostando le falde del cappotto e accennando in giù, domanda «Vulite vede’ ‘a bacchetta?» e la Carolina di «Amicizia», la quale, invece di dire che alla maestrina Bartolomeo ha tirato «una tazza di latte e caffè addosso», dice che «ll’ha scippata ‘a camicetta ‘a cuollo».
Il bello (ossia il brutto) è che, poi, simili invenzioni non suscitano le risate che, evidentemente, erano nei piani di chi le ha partorite. Paradossalmente, i testi di Eduardo in questione fanno ridere molto di più a leggerli. E non resta, dunque, che la prova degli attori in campo nella circostanza, ai quali, per la verità, si possono accreditare appena le buone intenzioni e l’impegno. Il migliore è di gran lunga Tonino Taiuti.
Per concludere, forse dobbiamo preoccuparci un po’: se il buon giorno si vede dal mattino, chissà che cosa saranno capaci d’infliggerci certi teatranti con gli spettacoli che l’anno prossimo porteranno in scena per (dicono loro) «celebrare» il trentesimo anniversario della morte del (dicono sempre loro) «maestro» Eduardo.

                                                                                                                         Enrico Fiore

(«Il Mattino», 7 dicembre 2013)

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