Due barboni che si chiamano Edipo e Antigone

Federico Vanni e Yulia Vysotskaja in una scena di «Edipo a Colono, il Re Randagio»

Federico Vanni e Yulia Vysotskaja in una scena di «Edipo a Colono, il Re Randagio»

VICENZA – «Il circo, l’orrore, la morte e il cielo». Questa la «formula» che, a detta di Andreij Konchalovskij, lo ha ispirato nell’allestimento di «Edipo a Colono, il Re Randagio», presentato in «prima» assoluta, al  Teatro Olimpico di Vicenza, nell’ambito del 67° ciclo di spettacoli classici diretto da Emma Dante. E solo apparentemente si tratta di una «formula» bizzarra o criptica. In realtà, riassume come meglio non si potrebbe la natura estremamente profonda e complessa di quella ch’è l’ultima tragedia di Sofocle, non a caso scritta dal poeta a quasi novant’anni.
Il «circo», con il suo spettacolo sempre uguale inscritto nel cerchio simbolico della pista, rimanda al fatto che «Edipo a Colono» ha i tempi e i modi di un vero e proprio rituale. L’«orrore» è quello indicibile che destano le colpe (il parricidio e l’incesto) di cui s’è macchiato Edipo. La «morte» è quella altrettanto indicibile («misteriosa», la definisce Antigone) che tocca a Edipo come conseguenza. E il «cielo», infine, rimanda al fatto che Edipo s’acceca non perché non vuole più vedere, ma perché vuole vedere oltre il limite dei significati dati: la sua morte, che avviene nel buio insondabile del bosco sacro alle Eumenidi, ossia in una dimensione «altra», è una cerimonia iniziatica.
I «segni» più forti con cui la regia di Konchalovskij illustra e sottolinea un simile impianto concettuale risultano i seguenti: Edipo e Antigone sono due barboni con tanto di carrello del supermercato carico di stracci, fagotti e cartoni; gli abitanti di Colono indossano maschere bianche (appunto il colore della morte) che gli deformano la bocca come nell’«Urlo» di Munch; Teseo si presenta a mo’ di un eunuco che governa un harem di «femmenielli»; e Creonte, a sua volta, è una sorta di domatore-clown accompagnato, infatti, da una torma animalesca a metà fra i cani e le scimmie.
Il carattere rituale della tragedia di Sofocle viene poi ribadito dalla sequenza iniziale dello spettacolo, quando i tre interpreti principali, in abito da sera, leggono i primi passi del testo stando ciascuno dietro un leggìo e accompagnati dalle musiche di Prokofiev eseguite su un pianoforte a coda.
Certo, non tutto si tiene: per esempio, appare piuttosto scontata la predetta connotazione di Edipo e Antigone come barboni; e piuttosto «facile» si rivela anche il ricorso alla lampada stroboscopica per rimarcare la concitazione di certe scene. Mentre finisce per essere contraddittorio, rispetto alla sequenza introduttiva citata, il tono troppo risentito o declamatorio che gl’interpreti adottano a tratti.
Degli interpreti medesimi va comunque elogiato l’impegno. Nei ruoli principali Federico Vanni (Edipo), Simone Toffanin (Teseo), Giuseppe Bisogno (Creonte), Antonio Gargiulo (Polinice) e la moglie del regista Yulia Vysotskaja, un’Antigone che pronuncia molto male l’italiano. Ma il tutto, l’avrete capito, si presenta in ultima analisi come uno studio (dura, infatti, appena un’ora e un quarto) o, più esattamente, una tappa di avvicinamento alla versione definitiva e compiuta dello spettacolo.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

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