Quel Falstaff «napoletano»
che è in trasferta a Torino

Elisabetta Valgoi e Giuseppe Battiston in una scena di «Falstaff» (foto di Mario Spada)

Elisabetta Valgoi e Giuseppe Battiston in una scena di «Falstaff» (foto di Mario Spada)

TORINO – «Quel suo gran corpo, quella sua vecchia carne di peccatore, quella sua compiutissima esperienza di bettole, di lupanari, di mariuoli e mariuolerie complica, ma non abolisce l’anima sua di fanciullo viziatissimo».
È il giudizio di Croce su Falstaff. E possiamo azzardare un accostamento fra il celeberrimo personaggio di Shakespeare, così descritto, e la città – innocente e perversa insieme – che si chiama Napoli? Se lo azzardiamo, forse ci renderemo conto delle ragioni profonde che hanno spinto Mario Martone ad aprire al Carignano la stagione dello Stabile di Torino, da lui diretto, con il «Falstaff» firmato da Andrea De Rosa, suo conterraneo e, soprattutto, suo allievo.
In breve, è una questione di percorsi, giacché soltanto alla luce del percorso da lui compiuto possiamo valutare correttamente e utilmente il prodotto di un artista. E giova ricordare, quindi, che nel 2007, nell’ambito del prologo al Napoli Teatro Festival Italia, Martone condusse al San Ferdinando un laboratorio centrato proprio su Falstaff. Mentre, dal canto suo, De Rosa si colloca adesso sulle stesse posizioni ideologiche e filologiche che ispirarono quel laboratorio.
Falstaff, lo sappiamo, vide la luce in un dramma storico, la prima parte dell’«Enrico IV» scritta sotto specie di seguito del «Riccardo II»; e tornò anche nella seconda parte, l’«Enrico V», in cui il debordante (in tutti i sensi) ciccione muore fra le braccia di Mrs Quickly in quella stessa osteria ch’era stata teatro delle sue ribalde e comicissime imprese. Finché, per volontà di Elisabetta I, Shakespeare fu costretto a riesumarlo: ma la ricomparsa di Falstaff ne «Le allegre comari di Windsor» materializzò soltanto un fantasma stupido e sciatto.

Giovanni Franzoni è il Giudice Supremo (foto di Mario Spada)

Giovanni Franzoni è il Giudice Supremo (foto di Mario Spada)

Dunque, fece bene, Martone, a puntare solo sull’«Enrico IV» e sull’«Enrico V». E un’identica scelta compie ora Andrea De Rosa, con l’ausilio, peraltro, di citazioni dal libretto di Boito per l’opera di Verdi, da «Lettere al padre» di Kafka, dalla sceneggiatura del film di Gus Van Sant «Belli e dannati» e, soprattutto, da «Così parlò Zarathustra» di Nietzsche. E dico soprattutto perché a fornire la chiave dell’allestimento è il passo di quel libro in cui Nietzsche dice: «Il corpo è più importante dell’anima. Anima è soltanto una parola che indica qualcosa che sta nel corpo».
Infatti, ecco che qui abbiamo un Corpo «moltiplicato»: non solo Falstaff, ma anche gli altri personaggi, indossano reiteratamente la protesi di un ventre gonfio ed esibito. E insomma, lo spettacolo di De Rosa fa di Falstaff l’emblema della vita anarchica, vorace e, per ciò stesso, assolutamente libera. Di una vita, cioè, che costituisce il contrario esatto dell’«ordine» e delle «regole» imposti dal nostro tempo grigio, negato per principio al volo della poesia e, dunque, della «malattia» nel senso in cui usava il termine Carmelo Bene, quello di una prevalenza irredimibile dell’essere sull’apparire.

Giovanni Ludeno è Pistola (foto di Mario Spada)

Giovanni Ludeno è Pistola (foto di Mario Spada)

Di qui la netta contrapposizione che la regia stabilisce fra l’indomita istintualità e lo spirito mordace di Falstaff e il patchwork decadente di una scena fatta di stracci e divani sfondati. E davvero non a caso, poi, alla fine quella scena, chiusa in un sacco, verrà risucchiata in alto, ossia in un suo mondo «altro» che è quello della pura e semplice rappresentazione, per l’appunto il contrario della vita che si determina nella ferocia e, pure, nell’esaltazione della propria «autosufficienza» terrena e carnale.

Possiamo pensare, in proposito, alla «nebulosa» di Svevo o alla «mappata» del nostro Salvatore Di Giacomo. Ma subito dopo arriva un’altra contrapposizione: al posto della scena risucchiata in alto sorge dal tavolato un «corpo» bianchissimo di «nuvole» che a loro volta si gonfiano a dismisura e si sollevano fino a disegnare nel cielo del sogno il volto gigantesco di un Falstaff che, sorridendo impassibile, s’afferma come icona di una giovinezza eterna ed eternamente affrancata dai finti «padri» di comodo.
Non rimane, infine, che accennare ai bravissimi interpreti in campo, fra i quali occorre nominare almeno – e a parte, s’intende, il protagonista, uno strepitoso Giuseppe Battiston nei ruoli di Falstaff e di Enrico IV – Giovanni Franzoni (il Giudice Supremo), Elisabetta Valgoi (Mrs Quickly) e Giovanni Ludeno (Pistola). Ma, per concludere, urge una domanda: perché, giusto tutto quanto sopra, questo spettacolo intelligente e coinvolgente non è nato a Napoli?

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 19 ottobre 2014)

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