Quel cappotto che protegge dalla vita e dal mondo

Tre scheletri d’albero piantati nel bel mezzo del coacervo di faldoni polverosi tipico di ogni ufficio. Ed è proprio a partire dall’impianto scenografico di Matteo Soltanto che si manifesta l’interesse destato da «Il cappotto», la commedia di Vittorio Franceschi che, ispirata all’omonimo e celeberrimo racconto di Gogol’, l’Arena del Sole presenta al Mercadante per la regia di Alessandro D’Alatri.
Infatti, la perfetta identità così stabilita fra l’«esterno» (la città di Pietroburgo, la società, il mondo «tout court») e l’«interno» (l’astenia dell’anima, l’assenza dei sentimenti, l’alienazione del lavoro) rende come meglio non si sarebbe potuto il grigiore universale e ineffettuale in cui trascorre, immutabile, l’esistenza del copista Akakij Akàkievic Basmackìn; e, in pari tempo, costituisce non meno efficacemente l’annuncio e la sottolineatura del carattere simbolico che assume il cappotto in questione.
Il cappotto nuovo che a costo di mille sacrifici riesce a farsi confezionare Akakij Akàkievic è, in breve, la corazza in cui il misero impiegatuccio si rinchiude per proteggersi (o, meglio, per separarsi) dalle offese inflitte da quell’«esterno», siano i semplici scherzi cretini dei colleghi d’ufficio o la ben più determinante e dolorosa indifferenza della vita nei suoi confronti: in altri termini, è la Forma pirandelliana, che – nell’eterna illusione dell’uomo – dovrebbe servire a imprigionare e, quindi, a bloccare la disgregazione continua che scontiamo esistendo.
Non a caso, la disgregazione ultima, la morte, arriva per Akakij Akàkievic quando quel cappotto glielo rubano; e quindi fa bene, Franceschi, a tagliare il pleonastico finale di Gogol’ con il fantasma del copista che a sua volta se ne va in giro a rubare il cappotto ai passanti. Tanto per dire che qui si riscrive il testo originale sviluppandone solo i temi decisivi. Ed è proprio per questo che non si doveva eliminare la scena in cui il travet pietroburghese si ferma a guardare in una vetrina, la prima volta che indossa il cappotto nuovo di sera, il quadro di una bella donna con una gamba denudata: Gogol’ voleva sottolineare che quel soprabito era stato capace persino di accendere in Akakij Akàkievic la spinta erotica sino ad allora latente.
Maiuscola, infine, è la prova di Vittorio Franceschi nel ruolo di Basmackìn. E lodevolmente lo affiancano, fra gli altri, Umberto Bortolani e Marina Pitta nelle vesti del sarto e di sua moglie. Uno spettacolo da vedere.

                                                                                                                                Enrico Fiore

( «Il Mattino», 6 dicembre 2013)

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