«La pelle» di Napoli secondo Moscato

La Sirena prigioniera di «Signurì, signurì...»

La Sirena prigioniera di «Signurì, signurì…»

Quando nel 1982 debuttò a Venezia nell’ambito del «Carnevale del Teatro» organizzato dalla Biennale, «Signurì, signurì…» – il testo che rivelò Enzo Moscato sul piano nazionale – venne interpretato dagli studenti del liceo «Mercalli», in cui l’autore ancora insegnava. E adesso, riproposto all’Elicantropo, viene interpretato dagli allievi del laboratorio permanente diretto da Carlo Cerciello.

Enzo Moscato

Enzo Moscato

È importante che lungo i decenni continuino a interagire con «Signurì, signurì…» dei giovani discenti. Perché si tratta di un testo che costituisce una vera e propria lezione, su Napoli, sulle sue contraddizioni e, specialmente, sulla paralisi che le provoca una tradizione ad un tempo illustre e malintesa. Il tutto riassunto nell’ultima scena: appena uno dei personaggi (non a caso il Vecchio) ripete la fatidica battuta «Ha da passa’ ‘a nuttata», subito un altro (di nuovo non a caso il Cameriere) lo fredda con un colpo di rivoltella.
Dunque, «Signurì, signurì…» – tratto da «La pelle» di Malaparte e articolato nelle scene
«Bell’è Babbele», «La Vergine di Napoli», «Sciuscià», «Il mercato», «Il bordello», «I mendicanti», «Il café chantant», «La figliata», «Il Ballo di Sfessania», «La Sirena», «Le nane», «La cena» e «Tammurriata nera» - sottolinea da un lato l’esterno e il proverbiale e dall’altro l’interno e l’autentico. In una parola, fa reagire fra loro le due facce della complessa realtà di Napoli, la superficie e la profondità, il trucco e la carne, la sfrontatezza e il pudore. E alle prese con una simile materia, la regia di Cerciello punta – molto intelligentemente e opportunamente – sulla dilatazione e, insieme, la radicalizzazione del dettato moscatiano.

Il Pulcinella paralitico

Il Pulcinella paralitico

Mi limito, al riguardo, a proporre tre esempi particolarmente significativi: lo sciuscià moltiplicato in un coro, la sciantosa ridotta a un pupazzo meccanico e, soprattutto, quel Pulcinella che canta una sua estenuata «Palummella zompa e vola» inchiodato sulla sedia a rotelle e con la celeberrima maschera che gli copre solo metà della faccia, come un cerone inutile che si sta sciogliendo.
Ne deriva, in breve, una sorta di frenetica e sbrindellata pantomima, che sul versante figurativo (gli efficaci movimenti coreografici sono di Cinzia Cordella) oscilla, non meno intelligentemente e opportunamente, fra minimalistici arredi a stelle e strisce, maschere antigas e fuligginosi mendicanti da incubo bruegheliano.
Bravi e impegnatissimi, infine, i ventotto interpreti in campo. Non faccio nomi. E dico, invece, che ciò che colpisce è prima di ogni altra cosa il loro genuino entusiasmo. Con i tempi corrono rappresenta una piccola boccata di speranza.

                                                                                                                                              Enrico Fiore

(«Il Mattino», 15 ottobre 2014)

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6 risposte a «La pelle» di Napoli secondo Moscato

  1. Ida De Rosa scrive:

    Un bellissimo articolo che in poche righe racchiude tutto il senso di questo spettacolo, che ci spinge a proseguire con entusiasmo e passione in questo nostro acerbo ma intenso percorso teatrale. Grazie,
    grazie infinite.
    Ida De Rosa

  2. Enrico Fiore scrive:

    Grazie a voi, che mi avete fatto incontrare questo entusiasmo e questa passione. Sono una cosa rara, ai giorni nostri; e spero che li possiate mantenere sempre intatti. Vi mando i miei più sentiti auguri.
    Enrico Fiore

  3. Vincenzo Liguori scrive:

    Grazie mille.
    Spero di mantenere sempre viva la speranza e la dedizione per questo Mondo.
    Alla replica di ieri abbiamo conosciuto due signori che avevano frequentato il liceo Mercalli, avevano debuttato con “Signurì, signurì…” a Venezia e si ricordavano di un Suo articolo di “Paese Sera” di trentadue anni fa.
    Intense emozioni.
    Vincenzo Liguori

  4. Enrico Fiore scrive:

    Grazie a Lei e ai due signori che ancora ricordano. Davvero importante è ricordare e dal ricordo trarre emozioni nel presente.
    Auguri.
    Enrico Fiore

  5. Sandro Iannace scrive:

    Io sono uno dei due “signori” che hanno interpretato “Signurì, signurì…” a Venezia nel 1982. Come posso dimenticare quell’esperienza? Al momento fu una cosa forte per la nostra esperienza personale, ma solo col tempo mi sono reso conto di aver avuto la fortuna e il privilegio di essere partecipe di una esperienza unica per la città. In quella settimana Venezia fu sommersa non dall’acqua alta, ma dalla cultura napoletana. I giovani Moscato, Ruccello, Martone accanto a De Simone, ai Barra, ai Bennato, a Rigillo, alla Sastri, a Neiwiller … le foto di Mimmo Iodice… Insomma, una Napoli non più oleografica (come quella “sparata” dal cameriere di “Signurì, signurì…”, che poi ero io) che si imponeva con una forza e una creatività di calibro internazionale. E non dimenticate che quelli erano gli anni di un certo Massimo Troisi e della musica di Daniele, che non stavano al cabaret e alla musica come oggi “Made in Sud” e D’Alessio (sic!). Quando ho ripreso tra le mani le pagine del “Mattino” e di “Paese Sera”, ho sentito l’orgoglio di aver dato un piccolo contributo a quell’evento. Alla fine del loro spettacolo, al momento degli applausi, meritatissimi, ho rivisto negli occhi dei ragazzi guidati da Cerciello la stessa emozione che c’era nei nostri a Venezia. E’ una grandissima iniezione di fiducia per me vedere che ci sono dei giovani che, in questo mondo di “format” televisivi beceri e di selfie imbecilli, possono sudare per ore per proporre una visone della città così ricca in attesa dell’emozione finale di un applauso. Grazie a tutti loro. Spero di tornare con altri “reduci” di Venezia ’82.
    Sandro Iannace

  6. Enrico Fiore scrive:

    Non c’è da rispondere, nemmeno con una parola. C’è solo da ringraziarLa, gentile signor Iannace, per quanto fece trentadue anni fa e per come continua a nutrire ancora oggi la coscienza del significato profondo di quell’esperienza. Voglia gradire i miei più cordiali saluti.
    Enrico Fiore

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