Quando il critico teatrale è «maligno» o «cattivo»

Franco Cordelli

Franco Cordelli

Sul maggiore quotidiano italiano, il «Corriere della Sera», è in corso un dibattito partito dagli «insulti anonimi» e dagli «attacchi con nome e cognome» rivolti al suo critico teatrale, Franco Cordelli, in seguito ai dissensi da lui manifestati, in tre articoli, a proposito di «Short Theatre», la rassegna di teatro di ricerca che ha inaugurato la stagione dello Stabile di Roma diretto da Antonio Calbi.
Qui, voglio innanzitutto esprimere a Cordelli la mia piena solidarietà: in nome non solo dell’amicizia e della stima che ci legano, ma anche, e specialmente, della nostra comune e lunga militanza al fianco, per l’appunto, del teatro di ricerca. È il caso di ricordare che fummo noi, insieme con l’indimenticabile Beppe Bartolucci nel ruolo di «talent scout», a lanciare dalle pagine di «Paese Sera» – nella seconda metà degli anni Settanta – i gruppi, allora completamente sconosciuti, della più avanzata sperimentazione italiana. E per quanto mi riguarda personalmente, basterà citare Falso Movimento di Mario Martone e il Teatro Studio di Toni Servillo.
Ma, in breve, qual è la «colpa» che ha scatenato gli «attacchi» contro Cordelli? È, puramente e semplicemente, quella di aver denunciato «una crisi della cultura teatrale che la nuova legge potrebbe perfino aggravare». Una crisi che si determina, scrive Cordelli, già sul piano amministrativo, sotto specie dei «direttori di ogni tipo di ente inamovibili e poco coraggiosi» e della «mutazione quasi antropologica dei loro osservatori e seguaci».
Inoltre, Cordelli ha la «colpa» di chiedersi, in ordine ai finanziamenti pubblici ai teatranti: «Perché una ben cospicua cifra a uno e zero a un altro? Perché se li è meritati? Potrebbe essere. Ma chi è che giudica? Le illuminate menti dei nostri amministratori?». E, in riferimento all’accusa di essere «aggressivo», commenta: «Ma come rispondere all’aggressività (del sempre uguale, del previsto, del conforme) se non con l’aggressività?».
Infine, colpa delle colpe, Cordelli ha l’impudenza di sottolineare la necessità di «eliminare quell’atmosfera di compiacente e autoconsolatoria familiarità che proviene da tanti festival: festival i cui spettatori sono sempre gli stessi, sostenitori a priori, amici e parenti, critici attaccati a un carro che sembra clandestino e che è il contrario di clandestino».
Inutile dire che sono perfettamente d’accordo. Semmai, occorre aggiungere che un discorso del genere s’attaglia non solo ai festival, ma anche ai singoli teatri. E per aver sollevato questi problemi Cordelli s’è guadagnato gli epiteti di «mafioso», «ideologico», «reazionario» e «maligno», così come io mi son guadagnato quello più modesto e generico di «cattivo».
Allora, quali sarebbero, per certi (molti) teatranti, i critici buoni? Quelli che partoriscono «recensioni» di una quindicina di righe in cui si limitano a riassumere la trama e, nella migliore delle ipotesi, ad abborracciare giudizi non motivati? Se è così, rivendico come un titolo d’onore l’epiteto di «cattivo». E sono tanto «cattivo» che nelle recensioni non rilevo il fatto, sempre più frequente, di aver assistito alla «prima» senza che insieme con me ci fosse anche un solo spettatore pagante.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

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