Tre giovani di Tunisi
e la vita da cambiare

Una scena di «Mouvma! Nous, qui avons encore 25 ans»

Una scena di «Mouvma! Nous, qui avons encore 25 ans»

Che cosa accomuna «Res Persona», il testo teatrale che nel 2005 Ronan Cheneu dedicò alle rivolte nelle «banlieues» francesi, e «Mouvma! Nous, qui avons encore 25 ans», lo spettacolo che la compagnia tunisina Corps Citoyen ha presentato alla Galleria Toledo nell’ambito della rassegna «Stazioni d’emergenza»? È il tema della necessità della rivoluzione.
Ma, ovviamente, c’è una differenza. Cheneu si riferiva a una rivoluzione che fallì prima ancora di nascere, riuscendo a incanalare la rabbia giovanile soltanto nel gesto sterile di dar fuoco alle macchine. Daniel Blanga Gubbay, il drammaturgo di «Mouvma!», si riferisce invece – pur accogliendo passi del testo di Cheneu – a una rivoluzione «tradita», la rivoluzione, chiamata «dei gelsomini», che nelle prime settimane del 2011 riuscì a cacciare il presidente/dittatore della Tunisia, Ben Ali, per poi venir soffocata tra le mille contraddizioni di quella che con troppo entusiasmo (e non minore imprudenza) fu definita «primavera araba».
Ebbene, la regista dello spettacolo proposto alla Galleria Toledo, Anna Serlenga, rende questa parabola ricorrendo – giustissimamente – a filmati d’epoca e, soprattutto, al movimento dei corpi. Giustissimamente perché, così, da un lato appare neutralizzata la retorica delle parole e dall’altro deflagra, al massimo della sua potenza, il semplice e pure terribile dato autobiografico qui portato alla ribalta: i tre bravissimi interpreti – un’attrice (Saoussen Babba) e due attori (Rabii Brahim e Ayman Mejri) – sono tre giovani di Tunisi che alla «rivoluzione dei gelsomini» parteciparono davvero, giocandosi la pelle negli scontri sanguinosi con la polizia del regime.
Al riguardo, l’invenzione decisiva coincide con l’episodio dell’uomo che si uccide dandosi fuoco: all’inizio viene solo raccontato al microfono da uno degli attori, perché risulta percepito come qualcosa di «esterno», come una spia d’allarme accesa, per l’appunto, dalla necessità di ribellarsi; e alla fine, al contrario, diventa un’assunzione di responsabilità collettiva, con i tre interpreti che vuotano in giro le taniche di benzina prima abbandonate al proscenio e accendono fiammiferi a ripetizione.
Dunque, è questo l’alto messaggio trasmesso da «Mouvma!»: i tre giovani di Tunisi in campo reagiscono alla paralisi odierna affermando la loro dignità e il loro orgoglio (ecco che cosa significa quel «Nous, qui avons encore 25 ans») per quanto hanno fatto, nonostante gli errori commessi. Giacché – come dicono le ultime parole del testo – «qual è la vita che non richiede di essere cambiata?».

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 19 settembre 2014)

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