«Una stagione al top»… del già visto

La crepa apertasi nella statua che sovrasta la facciata del Mercadante

La crepa apertasi nella statua che sovrasta la facciata del Mercadante

«Dammi, o Signore, il senso del ridicolo».
Avverrà mai che i teatranti napoletani imparino la sacrosanta preghiera di Tommaso Moro? Torna ad imporsi, questa domanda, di fronte agli slogan coniati per magnificare i cartelloni della stagione che s’avvia a cominciare: perché si tratta di slogan non soltanto ampollosi, ma anche, e specialmente, del tutto sproporzionati rispetto alla realtà delle cose. Davvero, prima o poi mi deciderò a istituire (e sarò il presidente e l’unico membro della giuria) il premio «Imbonitore dell’Anno».
Il Bellini, per esempio, ha piazzato all’uscita dall’aeroporto di Capodichino le sagome a

Daniele Russo in una scena dell'«Arancia meccanica» riproposta dal Bellini

Daniele Russo in una scena dell’«Arancia meccanica» riproposta dal Bellini


 grandezza naturale di alcuni dei protagonisti della sua prossima stagione corredate della scritta «Il viaggio continua». E se la logica non è un’opinione, l’iniziativa significa che in via Conte di Ruvo sono convinti che il viaggiatore in arrivo, che so, dalla Groenlandia o dalla Nuova Zelanda sia sommamente desideroso non di correre a casa per farsi una doccia o una dormita o una mangiata come Dio comanda, ma di precipitarsi al Bellini per continuare, appunto, ad abbonarsi.
Ma il candidato numero uno al premio «Imbonitore dell’Anno» è, senz’alcun dubbio, il Teatro Stabile di Napoli. Il suo slogan suona: «Una stagione al top». E siccome, a norma del vocabolario della lingua italiana Zingarelli, il termine «top» significa «culmine», «vertice», «grado più elevato», ci si chiede in che senso sia stato adottato nella circostanza. Io riesco a interpretarlo soltanto come «culmine», «vertice», «grado più elevato» del già visto.
Infatti – stando (salvo errore) a un mio sommario e rapido calcolo – degli ottantatré (83) spettacoli di prosa offerti complessivamente in abbonamento dai maggiori teatri cittadini (Mercadante, San Ferdinando, Diana, Augusteo, Bellini, Nuovo, Delle Palme, Cilea) ben trentadue (32) provengono dalla scorsa stagione, da stagioni precedenti e dal Napoli Teatro Festival Italia. In altri termini, più di un terzo dell’offerta arriva direttamente dal frigorifero. E questo, s’intende, a prescindere dal valore dei singoli spettacoli.

Lello Arena in un momento di «Finale di partita»

Lello Arena in un momento di «Finale di partita»

Il problema è che – a fronte del progressivo contrarsi del pubblico teatrale napoletano – non sembra di poter scorgere all’orizzonte eserciti di nuovi abbonati suscettibili di provare interesse per spettacoli già proposti ma che loro non hanno visto. E in tale contesto, poi, spicca il dato del San Ferdinando: abbiamo già visto tutti e sei gli spettacoli («Le voci di dentro», «Il sindaco del Rione Sanità», «C’è del pianto in queste lacrime», «Finale di partita», «Circo equestre Sgueglia» e «Dolore sotto chiave») che vi verranno dati nel corso della stagione 2014-2015.
È così che vogliamo restituire a nuova vita il teatro che ci si riempie la bocca a chiamare «la casa di Eduardo»? Facendone lo specchio appannato del Napoli Teatro Festival Italia, diretto dallo stesso Luca De Fusco che dirige anche lo Stabile cittadino nella cui dotazione il San Ferdinando rientra? Giova ricordare, infatti, che proprio dal Napoli Teatro Festival Italia sono stati prelevati addirittura cinque («Il sindaco del Rione Sanità», «C’è del pianto in queste lacrime», «Finale di partita», «Circo equestre Sgueglia» e «Dolore sotto chiave») dei sei spettacoli in questione.

Luca De Fusco

Luca De Fusco

Ora, ribadisco ancora una volta che io non ho niente contro Luca De Fusco, dei cui spettacoli ho in più di un’occasione scritto in termini persino entusiastici, e quando contro di lui era stato decretato, da sinistra, un vero e proprio ostracismo. E invece ho tutto contro il suo agire autoreferenziale, che – tanto per passare a un argomento contiguo – nel caso del premio «Le Maschere del Teatro Italiano» ha toccato, mò ci vuole, il «top» del cattivo gusto.
Ha voglia, De Fusco, di difendersi affermando che «è la giuria di esperti a decretare i finalisti». A destituire di ogni validità quest’affermazione basterebbe considerare che della giuria in parola è membro autorevole l’Enrico Groppali, critico de «Il Giornale», che da anni e anni fa parte dei più fedeli collaboratori di De Fusco: tanto per dire, ha tradotto per lui «Peccato che sia una sgualdrina» di John Ford e «George Dandin» di Molière, e inoltre – udite udite – ha curato in prima persona, nel febbraio scorso, l’incontro col pubblico in occasione del debutto a Milano dello spettacolo «Antonio e Cleopatra», diretto da De Fusco e a cui, come sappiamo, sono andate ben tre delle «Maschere» in palio.

Gaia Aprea e Luca Lazzareschi in una scena di «Antonio e Cleopatra»

Gaia Aprea e Luca Lazzareschi in una scena di «Antonio e Cleopatra»

Questo senza contare, ovviamente, il fatto che il presidente della «giuria di esperti» è Gianni Letta, vicinissimo a Luca De Fusco sotto il profilo politico, e che nella giuria medesima siede anche Caterina Miraglia, membro altrettanto autorevole del consiglio d’amministrazione della Fondazione Campania dei Festival, che finanzia il Napoli Teatro Festival Italia, e soprattutto, in quanto assessore regionale alla cultura, principale sponsor di De Fusco a livello istituzionale.
Intanto – fa fede, al riguardo, il comunicato diffuso dall’ufficio stampa delle
«Maschere» – alla serata di premiazione svoltasi al San Carlo e trasmessa in differita da Raiuno (così si spiega la presenza in giuria di Giancarlo Leone, che di Raiuno è direttore) non c’era, a parte i premiati, nemmeno uno dei teatranti di rango non napoletani. Tutta fauna locale. E dunque, per mettere al bando almeno l’ipocrisia, il premio va doverosamente ribattezzato così come ho proposto io: «Le Maschere del Teatro Napoletano (di De Fusco)».
Ma basta. Il simbolo della disastrosa situazione in cui versa il teatro napoletano nel suo insieme è la vistosa crepa apertasi nella statua che sovrasta la facciata del Mercadante. Speriamo che non ci cadano in testa, oltre che i «mattoni» provenienti di frequente dal palcoscenico, anche le pietre vere.

                                                                                                                                              Enrico Fiore

 


                                                                                                                                                                     

 

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