Le metafore avvelenate di «Statue unite»

Veronica Mazza e Eduardo Tartaglia in una scena di «Statue unite»

Veronica Mazza e Eduardo Tartaglia in una scena di «Statue unite»

«Statue unite» – l’atto unico di Eduardo Tartaglia che ha debuttato, per la regia dell’autore, nell’ambito di Benevento Città Spettacolo – è una metafora dalla prima all’ultima parola. E a dimostrarlo basta già un semplice accenno al plot.
Sono in campo Raffaele e Adelaide, due scalcagnati personaggi che fanno, per l’appunto, le «statue viventi» in via Toledo. È un altro modo di chiedere l’elemosina. Ma Raffaele insiste a parlare di sé e della compagna come di «artisti»: perciò ha scelto di esibirsi a tarda ora, col buio e il silenzio «c’è più magia»; e poi, è sicuro che, finiti gli spettacoli del Napoli Teatro Festival, passeranno davanti a loro tutti gli spettatori reduci dal Teatro Nuovo e dalla Galleria Toledo.
Naturalmente, via Toledo rimane deserta, affogata non solo nel buio e nel silenzio, ma anche, e soprattutto, in una tristezza venata di disperazione. Ed è proprio necessario, allora, spiegare che così – senza parere, ed anzi suscitando molte risate – Tartaglia mette il dito nelle piaghe aperte dalle malattie endemiche di Napoli che si chiamano immobilismo, presunzione e (di conseguenza, e ben oltre la rima) illusione?
L’esempio esaustivo di un simile «mélange» di denuncia, comicità e satira sta in una battuta di Florindo Pretella, il brigadiere dei vigili urbani che tormenta i due minacciandoli sistematicamente di multe varie. A proposito di uno spettacolo in scena al Nuovo, che dura tutta la notte e a vedere il quale sono andati pure tre o quattro assessori del Comune, osserva: «Eh: è uno ‘e chilli spettacule moderne, tutte strèvuze… Dice ca gli attori s’addormono proprio e gli spettatori ‘e gguardano ‘e durmi’. O, nun aggio capito, si, ‘o ccuntrario, songo ‘e spettatore ca invece pigliano suonno e ll’attore hann’aspetta’ ca se scetano…».
Perfetti risultano, infine, Eduardo Tartaglia e Veronica Mazza nel rendere il repertorio di filosofie d’accatto di Raffaele e quello di stanche paure e laceri desideri di Adelaide. Ed ottimo, al loro fianco, è anche Peppe Lanzetta nell’incarnare il laido brigadiere che, si verrà a sapere, ha approfittato di Adelaide ricattandola.
Certo, non tutto si tiene: c’è qualche lungaggine (vedi la tirata sulla «cascata ‘e prusutto ‘e ‘int’ ‘e bùffet») e, talvolta, si cade nel facile cabaret (vedi, per restare in tema, la battuta sugli ospiti che «se pigliano a bùffet»). Ma – tirate le somme – parliamo, nel complesso, di uno spettacolo intelligente e godibile. Davvero una merce rara, con i tempi che corrono.

                                                                                                                                            Enrico Fiore

(«Il Mattino», 14 settembre 2014)  

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