Diventa un oratorio «La tempesta» di Eduardo

Eduardo De Filippo

Eduardo De Filippo

Non posso dimenticarla, la sera del 3 ottobre 1985. Morto da un anno Eduardo, al Goldoni di Venezia debuttò in «prima» mondiale «La tempesta» di Shakespeare da lui tradotta in napoletano antico. Gli «attori» erano le marionette della compagnia Colla, rese «vive» dalla voce registrata dello stesso Eduardo: il quale interpretava tutti i personaggi tranne quello di Miranda, affidato a Imma Piro. E si trattò di uno spettacolo non solo (per ovvie ragioni) emozionante, ma estremamente significativo sul piano concettuale.
Infatti, la dicotomia fra l’elemento reale della voce di Eduardo e il corpo finto delle marionette costituiva una perfetta osservanza della necessità di «separare» stabilita da Hofmannsthal e che è alla base del testo shakespeariano. Prospero tocca il traguardo del suo rito sapienziale quando spezza la bacchetta magica e con ciò separa, per l’appunto, il divino dall’umano. Giacché – come dice Hofmannsthal (e non a caso lo dice in un romanzo incompiuto, «Andrea o I ricongiunti») – «La vera poesia è l’arcanum che ci congiunge alla vita, che dalla vita ci separa. Il separare – soltanto se separiamo noi viviamo veramente – se noi separiamo anche la morte è sopportabile, solo quello che è mischiato è orribile».
Molto più elementare, invece, «Napoli nella tempesta», l’allestimento che il Forum delle Culture ha presentato nel cortile del Maschio Angioino e al Mercadante e replicherà sabato al Teatro Romano di Benevento nell’ambito di «Città Spettacolo». Si tratta di un’antologia dei passi salienti della traduzione eduardiana assemblati dalla regia di Bruno Garofalo e sostenuti dalle musiche bellissime di Antonio Sinagra dirette con misura dall’autore. E la forma è quella tipica dell’oratorio, con gl’interpreti schierati dietro sette leggìi.
Il risultato dell’operazione appare, comunque, apprezzabile e godibile: soprattutto in virtù della citata partitura, che – assolutamente in linea con le cadenze e le sonorità del testo – si fonda su un ritmo onirico oscillante fra la barcarola e i ricalchi dall’opera buffa. Giusto il sogno di Prospero: «Voglio sulo na musica / tènnera / ca trase int’a lu pietto / addò stace lu core / e te lu ncanta!».
Fra gl’interpreti, Mariano Rigillo fa di Prospero un guru monolitico. E accanto a lui metterei subito una deliziosa Chiara Baffi, che – peraltro bravissima nelle tenui controscene che esegue stando seduta in attesa del proprio turno – dona ad Ariele gli slanci e gli stupori fanciulleschi di un pulcinellino dipinto da Callot con la grazia di Fragonard.
Gli altri sono Antonio Murro (l’unico superstite, insieme con Sinagra, di quella serata dell’85), Madeline Alonso, Lalla Esposito, Lello Giulivo, Martina Liberti e Anna Teresa Rossini, che apre lo spettacolo leggendo il celebre «testamento» pronunciato da Eduardo sul palcoscenico del Teatro Antico di Taormina.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 11 settembre 2014)

 

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