I girasoli di Isa Danieli rivolti verso Eduardo

Isa Danieli in un momento di «Amati fogli sparsi»

Isa Danieli in un momento di «Amati fogli sparsi»

«Riconoscenza e gratitudine ad una “officina” che mi fece donna e attrice, che mi fu casa e giardino di sapienza e affetto, talvolta di amarezza». Sono alcune delle parole scritte da Isa Danieli nel programma di sala di «Amati fogli sparsi», l’allestimento che insieme con il pianista Danilo Rea ha presentato nell’ambito di «Città Spettacolo» al Teatro Romano di Benevento. E costituiscono un’ideale epigrafe per quello che davvero non è uno dei soliti «omaggi» che, purtroppo, imperversano e imperverseranno in occasione del trentesimo anniversario della morte di Eduardo.
Da un lato il pianoforte e dall’altro un tavolino e una sedia disegnati da Mimmo Paladino. E sul tavolino un vaso pieno di girasoli: perché lei, Isa, è proprio un girasole (fiori definisce, infatti, i suoi «amati fogli sparsi») che continuamente si rivolge alla fonte della vita, il sole che per l’appunto è Eduardo. I «pezzi» che ripropone – brani dei testi teatrali e poesie, da «Napoli milionaria!» a «Filumena Marturano», da «’A matassa» a «Io vulesse truva’ pace»… – non sono, dunque, semplici pretesti per mettere in campo ancora una volta l’assoluta maestria dell’interprete. Sono l’equivalente del respiro.
In altri termini, Eduardo è per Isa Danieli (e si vede e si sente) un’amplificazione dell’anima e un’estensione del corpo. E ne discende, ovviamente, una naturalezza estrema. Entra in scena, Isa, camminando lentamente e sussurrando «Uocchie c’arraggiunate», la canzone napoletana preferita da Eduardo. Ma quando si trova davanti al leggìo, e dovrebbe parlare di lui, attacca, invece, con il ritratto che di Eduardo ha tracciato Enzo Moscato in «Tà-kai-Tà».
Si tratta non solo d’introdurre un efficacissimo straniamento, ma anche, e soprattutto, di rinunciare in partenza a qualsiasi interpretazione propria di quello che, per lei, è un autentico «doppio», in quanto tale impossibile da considerare e analizzare come qualcosa di staccato da sé. E superfluo risulta sottolineare l’apporto che in tal senso fornisce la colta e fantasmagorica rilettura in chiave jazzistica che Danilo Rea offre delle musiche di Antonio Sinagra, Pasquale Scialò ed E.A. Mario.
In conclusione, assistendo a questo spettacolo non capisci mai, e ti coglie un brivido accompagnato da una smarrita dolcezza, dove finisca il teatro e cominci, giusto, la vita. Si parlano senza parlare. E così ha ragione, Isa, quando chiude quell’epigrafe parlando, a proposito dei «fogli» che si porta nel cuore, di «silenzi mai muti».

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 9 settembre 2014)

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