Eduardo in passerella
fra divismo e canzoni

Lina Sastri

Lina Sastri

Per dirla tutta, e con un generosissimo eufemismo, «Eduardiana» – lo «spettacolo-tributo» che Nunzio Areni e Antonio Sinagra hanno presentato nel Duomo di Casertavecchia nell’ambito di «Settembre al Borgo» – non resterà fra gli eventi memorabili. Si è trattato, a conti fatti, di una passerella su cui un gruppo di noti personaggi ha riproposto (spesso leggendo da fogli dattiloscritti e altrettanto spesso stroppiando il napoletano) poesie, brani di commedie, lettere, riflessioni e discorsi di Eduardo in assenza di un qualsiasi filo conduttore e in presenza, al contrario, di canzoni nostrane più o meno classiche del tutto incongrue rispetto alla circostanza.
I personaggi in questione erano (nell’ordine adottato dal programma di sala) Giorgio Albertazzi, Michele Placido, Alessandro Preziosi, Lina Sastri, Serena Autieri e Mariangela D’Abbraccio. Alcuni di loro non hanno avuto e non hanno nulla da spartire con Eduardo e con la sua drammaturgia. Stavano lì solo in funzione del richiamo sul pubblico. E il bello (un altro eufemismo, naturalmente) è che proprio quelli, al termine delle rispettive esibizioni, hanno levato gli occhi verso l’alto, flautando un ugualmente incongruo: «Grazie, Eduardo».
In breve, l’unica emozione della serata ce l’ha data la solita, incommensurabile Lina Sastri. Con le lacrime che le scorrevano sulle guance, ha recitato i passi canonici di «Filumena Marturano». E ha compiuto l’autentico miracolo di fondere il sentimento e il rigore, la lucidità e lo smarrimento, la passione e il rancore.
Certo, risaltavano sempre le musiche con cui Sinagra ha rivestito i versi di Eduardo, mescolando la cantabilità della tradizione con le «spezzature» di tipo contrappuntistico e addirittura jazzistico. E bravi nel rendere un simile «mélange» sono stati Lalla Esposito, Lello Giulivo e Marco Zurzolo. Ma il punto è che oggi, a trent’anni dalla morte, Eduardo De Filippo non ha bisogno di «tributi» e di passerelle. Ha bisogno di un’indagine approfondita che metta al bando l’agiografia e accerti quanto e come la sua opera influisca ancora sul presente. Insomma, per favore, togliamo di mezzo il santino.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 5 settembre 2014)

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