Viaggio nella Napoli una e trina
di Eduardo, Viviani e De Simone

Da sinistra, Patrizia Spinosi, Anna Spagnuolo e Antonella Morea in un momento de «I mille pagliacci di Eduardo»

Da sinistra, Patrizia Spinosi, Anna Spagnuolo e Antonella Morea in un momento de «I mille pagliacci di Eduardo»

«22 L’Arrotino», «20 Zingara», «67 Il Pozzo», «45 Lavandara», «89 L’Invidia»… Sì, il fondalino originale che compariva dietro «Bene mio», il prologo de «La Gatta Cenerentola». E dunque si precisa subito l’operazione, estremamente significativa, che conduce in porto Mariano Bauduin, autore e regista dell’oratorio, «I mille pagliacci di Eduardo», che il San Carlo presenta nei suoi laboratori di Vigliena.
Si tratta, in occasione del trentesimo anniversario della morte, di tirar fuori Eduardo da sé, ossia dall’autoreferenzialità del teatro borghese e dalla prigione delle ormai proverbiali interpretazioni di comodo della sua opera. E che cosa c’è fuori da Eduardo? C’è, ovviamente, Raffaele Viviani, ovvero la dimensione sociale collettiva contrapposta alla crisi del singolo personaggio antagonista. E questo significa passare dalla letteratura all’antropologia, dalla scrittura all’oralità.
In breve, Mariano Bauduin richiama l’Eduardo che negli ultimi anni si diede ai recital con Carmelo Bene e l’Eduardo messo in scena da Leo de Berardinis con lo splendido «Ha da passa’ ‘a nuttata». Il tutto filtrato, appunto, dalla grande lezione di Roberto De Simone. Una lezione che già deflagra quando – nell’eco di capisaldi come i «Carmina Vivianea» e «L’opera dei centosedici» – un brano usurato dal consumismo quale «Palummella zompa e vola» trascorre nella musica di una «fronna» citata, ancora, da «La Gatta Cenerentola».
È sintomatico, quindi, che in tale contesto la «Bammenella» di Viviani, nell’introdurre «Filumena Marturano», si rapporti immediatamente non a Filumena, ma a Rosalia Solimene, una pezzente e basta rispetto a una pezzente «sagliuta». E per fare qualche altro esempio, che dire, in proposito, della divertentissima commistione del «De Pretore Vincenzo» eduardiano e della fiaba popolare irpina «’O devoto ‘e San Giuseppe», centrata sullo stesso tema? O del «Natale in casa Cupiello» fuso con «La cantata dei pastori» recitata al Mercadante (è sempre Viviani a rievocarla) dai popolani della Duchesca e del Lavinaio?
Accade lo stesso (ed è l’ultimo esempio) allorché, nel momento dell’invocazione di Filumena Marturano alla Madonna delle Rose, la voce dell’attrice solista si mischia con quelle ruvide delle donne del quartiere, che agitano i loro «ruoti» come se fossero tammorre. È, giusto nel quadro dell’antropologia culturale, l’oggetto d’uso quotidiano che diventa strumento rituale. E tutto questo trova la sua sintesi ipnotica nella tammurriata conclusiva, ballata «alla giuglianese», sull’onda di una fortissima carica di sensualità, con l’uomo e la donna che s’incollano bacino contro bacino.
Infine, ed è il merito decisivo dello spettacolo, qui la forma coincide esattamente col contenuto: poiché – se il creatore dell’oratorio, Giacomo Carissimi, lo codificò come un mélange in cui convergono l’indagine psicologica, la forte presenza del coro e l’afflato epico-narrativo – non siamo, rispettivamente, proprio a Eduardo, Viviani e De Simone?
Inutile aggiungere parole sulla sapienza e la passione con cui, novelli Virgilio, ci guidano in un simile viaggio nell’anima una e trina del teatro di Napoli gli attori/cantanti storici di De Simone: Antonella Morea, Anna Spagnuolo, Patrizia Spinosi e Mario Brancaccio, ben affiancati – nell’alveo di musiche che vanno da quelle dello stesso Bauduin a Bob Chilcott e ai Queen – da Maurizio Murano, Luigi Nappi e Armando Aragione oltre che dai cori dei Sancarlini diretti da Stefania Rinaldi e Carlo Morelli.
Ma, per concludere, restano negli occhi e nel cuore le donne di San Giovanni che hanno partecipato al laboratorio: facce vere, con le stimmate di una vita implacabile e pure fraterna.

                                                                                                                                              Enrico Fiore

(«Il Mattino», 10 luglio 2014)

 

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4 risposte a Viaggio nella Napoli una e trina
di Eduardo, Viviani e De Simone

  1. Antonella Morea scrive:

    Volevo ringraziare il dottor Fiore per la sua recensione, che personalmente mi riempie di gioia! “I mille pagliacci di Eduardo” è uno spettacolo a cui tengo molto, perché è parte della mia storia teatrale personale. Io sono nata con Roberto De Simone, ed è proprio con lui che ho conosciuto Viviani. Mentre due altri grandissimi registi come Peppino Patroni Griffi e Francesco Rosi mi hanno diretta negli allestimenti di testi di Eduardo! Vorrei tanto che questo spettacolo non morisse a Vigliena, ma che continuasse per dare la possibilità a noi di farlo e al pubblico di vederlo! Grazie ancora.
    Antonella Morea

  2. Enrico Fiore scrive:

    Sono io che ringrazio Antonella Morea e i suoi compagni per avermi fatto vedere uno spettacolo come questo. Davvero non capita tutti i giorni, con i tempi che corrono, l’opportunità di sviluppare una riflessione su temi del livello di quelli proposti da “I mille pagliacci di Eduardo”. Spero a mia volta, quindi, che lo spettacolo di cui parliamo non muoia a Vigliena. Ho suggerito al maestro De Vivo, direttore artistico del San Carlo, d’inserirlo nella stagione invernale del Massimo, e ribadisco qui il suggerimento, del resto implicito nella mia recensione. Vorrà, il troppo spesso assente Iddio del Teatro, compiere questo piccolo miracolo?
    Enrico Fiore

  3. Mario Brancaccio scrive:

    Un sentito ringraziamento, dottor Fiore, per la sua pregevolissima recensione. Con me la ringrazia tutta la compagnia. Siamo altrettanto felici che nella cultura napoletana ci sia ancora una voce libera e competente come la sua. Grazie.
    Mario Brancaccio

  4. Enrico Fiore scrive:

    Ringrazio a mia volta per la stima che mi dichiarate. E, nel ripetere quanto ho già detto ad Antonella Morea, aggiungo qui che tale lusinghiero apprezzamento costituisce per me uno stimolo prezioso a fare sempre meglio.
    Enrico Fiore

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