Al Napoli Teatro Festival Italia
era discutibile proprio Napoli

Luca De Fusco

Luca De Fusco

Dunque, si è conclusa la settima edizione del Napoli Teatro Festival Italia. E puntualissimo è arrivato il bilancio entusiastico che ne ha fatto il suo direttore, Luca De Fusco. Ma i giudizi di De Fusco (gli dice qualcosa il motto «Cicero pro domo sua»?) lasciano il tempo che trovano. E piuttosto offrono l’occasione per tornare ancora una volta sulla vecchia e ormai logora asserzione («Napoli è la capitale del teatro italiano») che lo stesso De Fusco pone a sostegno del (presunto) diritto dello Stabile da lui diretto di essere compreso fra i Teatri Nazionali previsti dalla legge Valore Cultura.
Lo ripeto. Napoli è stata «capitale del teatro italiano» solo nella seconda metà degli anni Settanta: la stagione, assai probabilmente irripetibile, che vide affermarsi, tanto per dire, il Roberto De Simone de «La Gatta Cenerentola», Manlio Santanelli, Annibale Ruccello, Enzo Moscato e il trio Mario Martone-Toni Servillo-Antonio Neiwiller, alfieri della più avanzata ricerca teatrale sul piano non solo nazionale, ma europeo. E non dimentichiamo Massimo Troisi, col cui ricordo, nel ventesimo anniversario della scomparsa, ci si è consolati di fronte alla miseria del presente. E non dimentichiamo la Modern Art Agency di Lucio Amelio, a sua volta espressione di un’eccellenza di livello internazionale e in simbiosi con la quale, non a caso, si sviluppò la ricerca teatrale predetta.
De Fusco quella stagione dovrebbe ricordarsela bene, visto che anche di lui propiziò il debutto come regista, ai primi di novembre del ’78, con lo spettacolo «Addio ad un amico», interpretato dallo stesso De Fusco, da Tommaso e Giuliana Mottola e da Raffaele Cinnante. E a che titolo, allora, attribuisce alla Napoli di oggi la qualifica di «capitale del teatro italiano»? Non esiste alcun paragone possibile fra questa e quella Napoli. E paradossalmente, proprio la settima edizione del Napoli Teatro Festival Italia diretto da De Fusco s’è incaricata di fornire l’ennesima dimostrazione di un simile scarto.
Fra i sei allestimenti compresi nel «focus» dedicato a Cechov (io ne ho visti cinque), il più debole era per l’appunto quello de «Il giardino dei ciliegi» diretto da De Fusco: e ciò perché – in ossequio all’ormai stucchevole pretesa di rapportare a Napoli tutto e il contrario di tutto, come se Napoli fosse il proverbiale ombelico del mondo – De Fusco determinava l’incongruità delle smaccate cadenze napoletane attribuite a personaggi che continuavano a chiamarsi con nomi russi, a vivere in Russia e a maneggiare rubli. L’ho già scritto: se l’intenzione era quella di sottolineare la somiglianza, dichiarata dallo stesso De Fusco, fra i «possidenti terrieri incapaci» di Cechov e «la classe dirigente del Mezzogiorno nel secolo scorso», tanto valeva (e sarebbe apparso meno artificioso) ambientare il tutto a Napoli.

Eros Pagni e Federico Vanni in una scena de «Il sindaco del Rione Sanità»

Eros Pagni e Federico Vanni in una scena de «Il sindaco del Rione Sanità»

Risultati non meno discutibili ha prodotto, poi, anche il «focus» dedicato a Eduardo De Filippo nel trentesimo anniversario della morte: giacché non è possibile approvare né l’allestimento de «Il sindaco del Rione Sanità» coprodotto con lo Stabile di Genova per la regia di Marco Sciaccaluga né quello di «Dolore sotto chiave» coprodotto con Teatri Uniti per la regia di Francesco Saponaro. E qui corre l’obbligo di una riflessione di carattere «politico»: se i criteri con cui il Festival realizza (o commissiona) un allestimento sono di natura commerciale e non, come dovrebbero essere, di natura culturale, i risultati, appunto, non possono non essere discutibili.
Mi spiego. Lo Stabile di Napoli diretto da De Fusco coltiva da sempre la pratica degli scambi con quello di Genova. E il risultato, nella circostanza, è stato che lo Stabile di Genova ha imposto come protagonisti dell’allestimento de «Il sindaco del Rione Sanità» i suoi attori di punta, Eros Pagni e Federico Vanni: bravissimi, per carità, ma incapaci di parlare decentemente il dialetto napoletano.

Antonella Morea

Antonella Morea

Tanto senza contare le accuse, alle quali nessuno ha replicato, che su questo sito ha lanciato circa il modo in cui sono stati effettuati i provini un’attrice della caratura e della storia di Antonella Morea.  E per quanto riguarda «Dolore sotto chiave», solo un ingenuo senza alcuna speranza di guarigione potrebbe non accorgersi che si è trattato di «ringraziare» Teatri Uniti per aver assicurato allo Stabile di De Fusco un congruo numero di altre repliche del gettonatissimo allestimento de «Le voci di dentro» firmato da Toni Servillo.
Quel che si chiama partita di giro, insomma. Ma, per giunta, l’allestimento di «Dolore sotto chiave» rappresenta un caso emblematico anche sotto il profilo morale, professionale e comportamentale.

Il cast originario, debitamente annunciato dal catalogo del Festival, era composto da Giuseppe Carullo, Cristiana Minasi e Luciano Saltarelli. Ma, appena nove giorni prima del debutto dello spettacolo, l’ufficio stampa del Festival medesimo comunica che, a causa di non meglio specificate divergenze fra Saponaro e i suddetti Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi, questi ultimi erano stati sostituiti da Tony Laudadio e dallo stesso Saltarelli, il quale – del tutto inopinatamente e altrettanto incongruamente – s’era accollato il personaggio di Lucia.

Luciano Saltarelli e Tony Laudadio in una scena di «Dolore sotto chiave»

Luciano Saltarelli e Tony Laudadio in una scena di «Dolore sotto chiave»

Ora, lasciamo stare che non si sa con quanta «produttività» si possa portare alla meta un allestimento che ha subìto una tale trasformazione del proprio cast ad appena, ripeto, nove giorni dal debutto. Ciò che risulta intollerabile è che Saponaro abbia avuto l’impudenza di spacciare quello che era palesemente un ripiego, appunto l’attribuzione del ruolo di Lucia Capasso a un attore, per una precisa scelta di regia, tendente a sottolineare il fatto che «Lucia è una donna senza sensualità e femminilità». E perché, allora, questa scelta di regia non l’aveva adottata sin dall’inizio? È stato folgorato sulla via di Damasco, Saponaro, solo nove giorni prima del debutto?
Io, dico la verità, sono indignato come critico e mi sento offeso e avvilito come persona. Perché a Teatri Uniti e a Francesco Saponaro non è da ieri che manifesto stima, e risalgono appena ai primi del mese scorso – tanto per intenderci – le mie amplissime ed entusiastiche presentazione e recensione del loro spettacolo, «Occhi gettati», dedicato all’opera di Moscato. E la faccenda, per chiudere su questo punto, è molto semplice: Saponaro ha tutto il diritto di volgere in farsa Eduardo De Filippo, ma io, a mia volta, ho tutto il diritto che Saponaro eviti di rovesciarmi addosso, per telefono e per iscritto, dottissimi proclami che poi, come in questo caso, tradisce.
Infine, un’annotazione ovvia. Quando Luca De Fusco definisce il Napoli Teatro Festival Italia da lui diretto come «la principale rassegna teatrale nazionale», evidentemente si riferisce al numero degli spettacoli che esso propone, d’altronde troppi e di troppo breve (solo due giorni) tenitura. Perché il discorso cambia radicalmente se – a prescindere, s’intende, dal valore degli spettacoli in sé – ci fermiano a riflettere sui contenuti. Li ha letti, Luca De Fusco, il cartellone del Festival dei Due Mondi di Spoleto e (per fare l’esempio di una realtà che lui conosce bene) quello approntato da Emma Dante per il Teatro Olimpico di Vicenza?

                                                                                                                                            Enrico Fiore

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6 risposte a Al Napoli Teatro Festival Italia
era discutibile proprio Napoli

  1. Piero Sorrentino scrive:

    Gentile Enrico Fiore,
    del fatto che la salute della critica italiana – letteraria, ma non solo – fosse proprio malconcia ce ne eravamo accorti da tempo, e ne avevamo avuto un po’ tutti la certezza quando anche un intellettuale schivo e appartato come Mario Lavagetto non si era sottratto al compito di prendere parola su un tema tanto discusso, e addirittura un po’ liso, come quello che lo ha portato redigere un aureo libretto, del quale consiglio sempre la lettura agli studenti e ai giovani umanisti, come “Eutanasia della critica”. Che è un titolo che non poteva non saltarmi agli occhi leggendo questo suo testo. Che non rigetto, e che anzi ho letto con attenzione, condividendone timori e perplessità, Ma a proposito del quale ho invece reazioni di totale rigetto all’altezza delle righe di…recensione (i punti di sospensione non posso evitarli, avendo un grande imbarazzo nel dover trovare una parola che riassuma quelle sue considerazioni) a proposito dello spettacolo “Dolore sotto chiave” di Francesco Saponaro.
    Che critica è, una critica basata totalmente sulle illazioni, sulle congetture, sul dietro le quinte? Perché, Fiore, in questo e in nient’altro che in questo consistono le sue righe.
    C’è stato un cambio di cast a poco più di una settimana da debutto, certo. Credo sia stata una vicenda non piacevole per tutti gli attori in gioco (uso “attori” in senso lato, naturalmente), ma che non ha nulla a che fare con il ruolo di un critico: andare a vedere, meditare su quello che ha visto, produrre un giudizio di valore, possibilmente il più articolato possibile, positivo o negativo. Credo che il senso del lavoro critico consista nel dire con la maggior onestà e chiarezza possibile se un prodotto artistico meriti o meno la visione (la lettura, l’ascolto), e che lo debba fare sulla scorta di quello che c’è, di quello che si vede (si legge, si sente): non sulla base di riferimenti a telefonate private tra il regista e il critico, per dire, né su presunte auto assegnazioni di un ruolo da parte degli attori (mi riferisco alla sua frase: “Saltarelli, il quale – del tutto inopinatamente e altrettanto incongruamente – s’era accollato il personaggio di Lucia”. Strano che a un critico avvertito e esperto come Fiore non sia proprio venuto in mente che di solito “accollare” i personaggi agli attori è uno dei compiti che spettano – salvo casi eccezionali, certo, e però minoritari – al regista di uno spettacolo). Questo spettacolo era bello o no? Meritava la visione o no? Com’erano gli attori? E le luci? E le scene? Le musiche? Che tipo di lavoro registico è stato compiuto? Che messa in scena ne ha fatto il regista? Qual è la vivacità, l’interesse, la bellezza del testo di partenza? C’erano cose migliori di Eduardo che si sarebbero potute portare in scena? È un passo in avanti o uno stallo nel lavoro che sta compiendo quel regista, quell’attore, quello scenografo? È a questo e NIENT’ALTRO che a questo che una recensione deve rispondere. È di questo che deve occuparsi e comunicare al lettore. Una critica che non nutra certezze e che non si alimenti di paradigmi, ma che sia basata su una conoscenza eminentemente “dialogica”, su un rapporto diretto tra il critico e il testo (“testo” inteso anche in questo caso in senso lato). E, magari, una critica che consideri la prima visione (la prima lettura, il primo ascolto), intendo proprio la più elementare, basica, non molto diversa dalle letture infantili che – credo lo dicesse Benjamin da qualche parte – “ti avvolgono come in una bufera di fiocchi di neve”, una critica, dicevo, che consideri quell’approccio senza troppi filtri come il più prezioso strumento ermeneutico, l’unico possibile, il più onesto e chiaro, per parlare alla platea dei propri lettori (o ascoltatori, o spettatori). Certo, le mi risponderà che la sua recensione allo spettacolo è stata pubblicata sul quotidiano il 22 giugno, e ripresa sul suo blog. Ma il mio discorso è riferito nello specifico a quella che, appunto, qualche riga su chiamavo “critica delle congetture”. Se ci fosse stato solo quel pezzo, non avrei avvertito alcun bisogno di buttare giù queste righe frettolose (del cui disordine espositivo chiedo scusa).
    Se lei si sente “offeso e avvilito come persona”, il mio personale sentimento rispetto a un modo di fare critica così è del tutto identico al suo. E lo dico da lettore che segue spesso i suoi pezzi (a volte condividendoli, a volte meno, a volte essendo del tutto in disaccordo: ma non è questo che importa e non è di questo che si discute).

    Cordiali saluti,

    Piero Sorrentino

  2. Enrico Fiore scrive:

    Gentile Piero Sorrentino,
    siccome sono una persona democratica (e siccome questo sito è nato proprio con lo scopo di favorire la libera discussione circa gli eventi teatrali, napoletani e non), pubblico il Suo commento integralmente, compresi gli errori di battuta e le imprecisioni in fatto di punteggiatura. Ma mi consenta di dirLe, in tutta franchezza, che mi pare si tratti di un commento assolutamente fuori luogo e, in sé, contraddittorio fino all’autodenigrazione.
    Se Lei prende atto che la mia recensione dello spettacolo di Francesco Saponaro è stata pubblicata su “Il Mattino” e su “Controscena” il 22 giugno scorso, perché, poi, considera una “recensione” le osservazioni su quello spettacolo pubblicate nell’ambito di un commento al Napoli Teatro Festival Italia in generale e, in particolare, alle carenze che ha manifestato sul piano concettuale e organizzativo la sua settima edizione? Ed è inutile aggiungere, peraltro, che nella mia recensione, la recensione vera, c’è tutto quanto Lei, giustamente, pretende da un esercizio critico degno del nome: l’analisi del testo, la descrizione dell’allestimento, la sintesi delle scelte registiche e, quindi, una valutazione dello spettacolo sulla base del rapporto stabilitosi fra gli elementi (il testo, l’allestimento, la regia) citati.
    Del resto, sono ormai cinquant’anni che scrivo recensioni fedeli a questi criteri. E a quanto sembra, se ne sono accorti, tranne Lei, davvero tutti: i quotidiani nazionali per cui ho lavorato, i tantissimi lettori che mi manifestano la loro stima, gli studenti che si servono di quelle recensioni per le loro tesi di laurea e, guarda un po’, persino l’Eduardo De Filippo che stiamo indirettamente chiamando in causa nella circostanza.
    Lei, gentile Piero Sorrentino, avrebbe fatto cosa più logica e utile indirizzando i Suoi strali contro i miei cosiddetti “colleghi” che a quei criteri non si sono mai attenuti e che, per chissà quali misteriosi motivi, sullo spettacolo di Saponaro non hanno scritto, almeno finora, neppure una parola.
    Per quanto riguarda, infine, gli appunti che Lei mi muove a proposito del mio sentirmi “offeso e avvilito come persona” (e ha dimenticato di ricordare che sono indignato come critico) in conseguenza dei cambiamenti avvenuti nel cast di “Dolore sotto chiave”, ripeto, anche se non ce ne sarebbe bisogno, che, ovviamente, non mi hanno ferito quei cambiamenti in sé, ma la pretesa di Francesco Saponaro di sbolognarmi come una precisa scelta di regia quella che, in tutta evidenza, era stata solo la necessità di far fronte nel più breve tempo possibile a un’emergenza (circa la quale, ripeto anche questo, non ci è stata fornita alcuna spiegazione esauriente). Ed è stato questo maldestro tentativo di prendermi per i fondelli da parte di una persona del cui lavoro ho spesso scritto in maniera addirittura entusiastica che mi ha spinto allo sfogo relativo alle telefonate di quella persona: un piccolo cedimento di natura sentimentale, se me lo consente; e che, infatti, non ha trovato il benché minimo spazio in sede di recensione.
    Comunque basta, gentile Piero Sorrentino. La ringrazio per il fatto che, come dice, “segue spesso” i miei pezzi, non si sa (“ma non è questo che importa”) se a piedi o in bicicletta. E voglio augurarmi che, se continuerà a “seguirli”, si dedichi all’impresa con meno “fretta”, meno “disordine” e, soprattutto, senza abbandonarsi al narcisismo di citazioni tanto reboanti quanto scontate e inconcludenti.
    Le mando anch’io saluti cordiali.
    Enrico Fiore

  3. Rosaria De Cicco scrive:

    Caro Enrico,
    ti leggo per la prima volta su questo sito e con grande piacere. Volevo aggiungere qualche parola a proposito dei provini fatti dal Napoli Teatro Festival Italia in vista dell’allestimento de “Il sindaco del Rione Sanità”. Come la brava Antonella Morea, anch’io ho partecipato a quei provini, fatti da un regista, Sciaccaluga, molto disponibile e gentile, insieme con i collaboratori di Luca De Fusco, i quali, altrettanto gentilmente, mi hanno detto che avevano scelto un’ottantina di attori (uomini e donne) tra i migliori a Napoli, per far conoscere a Sciaccaluga, appunto, il meglio che la città può offrire. Fra l’altro, nel bando i ruoli da coprire attraverso i provini erano chiari. Si cercavano nove attori. E per l’età che mi riguardava e riguardava anche Antonella, si cercavano due attrici tra i cinquanta e i settant’anni. Questi ruoli sono stati ricoperti in seguito da due brave attrici, nessuna delle quali, però, ha fatto il provino, non essendo nell’elenco dei provinandi. Una di loro è, fra l’altro, la moglie di uno dei più stretti collaboratori di De Fusco. Ora, lo so che viviamo in un paese in cui professionalità, studi e curriculum di un attore non contano nulla, dal momento che un regista può decidere a suo insindacabile giudizio di scritturare anche il proprio portiere o il callista della propria moglie. Ma mi chiedo che senso ha indire un bando pubblico, richiedere di allegare alla domanda a momenti anche le ultime analisi del sangue pena l’invalidità della stessa, vantarsi di aver voluto presentare al regista “il meglio” del teatro napoletano partendo dalle centinaia di domande pervenute, e poi scegliere al di fuori di queste, dando la precisa sensazione che tutto fosse invece deciso a priori senza il minimo scrupolo e rispetto nei nostri confronti, di Antonella, mio e di tanti altri attori e attrici che si ostinano nonostante l’esperienza e l’età a credere nell’onestà dei progetti pubblici. Vorrei conoscere, se hai voglia di esprimerlo, un tuo parere sull’argomento.
    Con stima,
    Rosaria De Cicco

  4. Enrico Fiore scrive:

    Cara Rosaria,
    il mio parere sull’argomento si riassume nella risposta che do a te dopo averla già data ad Antonella Morea e a Roberto Giordano: una spiegazione da parte dei responsabili del Napoli Teatro Festival Italia è auspicabile.
    Ti ricambio la stima.
    Enrico Fiore

  5. Anna Maria Laville scrive:

    Caro Enrico Fiore,
    raramente leggo i blog, ma questa volta sento addirittura il desiderio di partecipare. Prima mi qualificavo come “spettatore professionista”, quasi malata di presenzialismo. De Fusco mi ha fatto guarire: del Festival non ho visto niente e quindi non posso intervenire sulle critiche da lei espresse su alcuni spettacoli. Però mi sento di sottoscrivere appieno le sue denunce (confermate dal racconto di Rosaria De Cicco) sugli aspetti relativi alla “politica culturale” del direttore, fino all’accordo con Teatri Uniti. L’accordo, checché ne dica Piero Sorrentino (!), è chiaro a tutti quelli che hanno visto Teatri Uniti prima a fianco delle “assise ” del PAN dei lavoratori dello spettacolo e poi invece pronti, per qualche replica in più, a dimenticare le loro prese di posizione pubbliche contro il direttore pigliatutto. Di tutto il suo articolo questa è la voce che più mi amareggia: perché la estendo a tutto il mondo del teatro, in cui troppo spesso si parte “uniti” nella protesta e poi si va ciascun per sé col cappello in mano non davanti agli spettatori (come sarebbe giusto) ma negli uffici degli assessori e dei direttori loro devoti.
    Grazie sempre,
    Anna Maria Laville

  6. Enrico Fiore scrive:

    Cara Anna Maria Laville,
    La ringrazio della Sua partecipazione al piccolo dibattito in corso su questo sito. Ho eliminato dal commento che ha inviato tutti gli elementi di carattere spiccatamente politico e tutti i riferimenti a persone e istituzioni estranee al mondo del teatro, perché mi sembra opportuno che la discussione rimanga nell’ambito culturale.
    Le analisi di altro tipo possiamo (e dobbiamo) farle in sedi diverse. E sarebbe bene, ovviamente, che a quelle analisi seguissero azioni concrete e inequivocabili.
    Infine, la Sua amarezza circa il “trasformismo” dei teatranti è la stessa che provo io, e non da ieri. L’ho già scritto: quando Andrea De Rosa venne sostituito con Luca De Fusco, sembrava che dovesse scoppiare la terza guerra mondiale; e invece… invece siamo alle solite: tutto va bene, madama la marchesa, perché i soldi – come diceva quel tale – non hanno odore.
    Voglia gradire i miei più cordiali saluti.
    Enrico Fiore

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