«Zio Vanja», una farsa che affoga nella nevrosi

Anna Dubrovskaja e Sergej Makoveckij in una scena di «Zio Vanja»

Anna Dubrovskaja e Sergej Makoveckij in una scena di «Zio Vanja»

Oltre ogni dubbio, il lituano Rimas Tuminas – regista dell’allestimento di «Zio Vanja» che il Vachtàngov Theatre di Mosca ha presentato al Mercadante in chiusura della settima edizione del Napoli Teatro Festival Italia – si pone come bersagli i ruoli, immutabili e perennemente inutili, che – lo ripeto ancora una volta – per i personaggi di Cechov prendono il posto della vita vera. E quei ruoli Tuminas li scardina in due modi complementari: o li esaspera o, puramente e semplicemente, li cancella.
Propongo un esempio dell’uno e dell’altro modo: Vanja, condannato al ruolo di onesto amministratore della tenuta di Serebrjakov, la fiala di morfina, che nel testo originale si limita a rubare ad Astrov, qui dal dottore se la fa iniettare; ed Elena, che dovrebbe stare in alto, sul piedistallo della bellezza, dinanzi ai suoi ammiratori si siede sul pavimento, e addirittura vi si sdraia a dormicchiare.
Ma molte altre sono al riguardo le invenzioni, tanto eclatanti quanto significative, disseminate in questo spettacolo ad un tempo intelligente e divertente: vedi, sempre a titolo d’esempio, quella balia di campagna agghindata e truccata come una nobildonna pretenziosa, quell’Astrov che somiglia a Indiana Jones, quel parassita Teleghin che diventa un sosia di Charlot con annessi bombetta e bastoncino e, infine, il gruppo capeggiato dallo scienziato trombone, appunto Serebrjakov, che compare avanzando dal fondo come i «sei personaggi» di Pirandello.
Il tutto, poi, assume le forme e i ritmi di quel vaudeville i cui stilemi, del resto, Cechov ha immesso nel testo a piene mani. Ma si tratta di un vaudeville affogato nella nevrosi: come dimostrano in maniera esaustiva i contorcimenti da vero e proprio spastico che prendono Astrov mentre sta illustrando la sua utopia sul salvataggio delle foreste.
Insomma, siamo di fronte a un melodramma che continuamente si volge in farsa: immaginate, poniamo, un accoppiarsi di Illica e Giacosa con Scarpetta invece che con Puccini. E bravissimi, inutile dirlo, risultano gl’interpreti, fra i quali bisognerà citare almeno i protagonisti Sergej Makoveckij (Zio Vanja), Anna Dubrovskaja (Elena), Marija Berdinskich (Sonja), Vladimir Vdovicenkov (Astrov) e Vladimir Simonov (Serebrjakov).
Al termine, applausi lunghissimi, misti a un coro fremente di «bravi, bravi». E insomma, per il Napoli Teatro Festival Italia non si poteva immaginare una conclusione migliore. Ma, al di là dell’accoglienza da parte del pubblico, lo spettacolo di Tuminas resterà nella memoria per la straordinaria sequenza finale.
Dopo il disperato «Io credo, credo…», Sonja tenta di dare una consistenza fisica purchessia a quel suo evanescente respiro dell’anima; e si dà ad insegnare a Vanja le pose più giuste per il valzer che lo invita a ballare. Ma niente, quel valzer non si può ballare. Perché è il valzer della vita ch’è passata senza che lei, al pari del cameriere Firs de «Il Giardino dei ciliegi», l’abbia vissuta. Sonia si stenderà sul tavolo ingombro di libri mastri e fatture con le braccia spalancate come Cristo in croce. E Vanja, camminando a ritroso con i passettini saltellanti di un pupazzo meccanico, sarà a poco a poco risucchiato dal buio.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

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