Un E.T. tedesco tra vecchi che sono bambini

Una scena de «La storia di Kaspar Hauser»

Una scena de «La storia di Kaspar Hauser»

Nel 1828 comparve a Norimberga un ragazzo sconosciuto di diciassette anni che pronunciava solo poche parole e un nome e un cognome, Kaspar Hauser, che non si sa se fossero i suoi. E cinque anni dopo morì, pugnalato da un altro sconosciuto in un parco di Ansbach. È una storia che ha affascinato, insieme, artisti e scienziati.
Ebbene, chi è il Kaspar Hauser protagonista dello spettacolo, appunto «La storia di Kaspar Hauser», che da quella misteriosa vicenda ha tratto il regista lettone Alvis Hermanis, presentandolo a Pietrarsa nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia? Si direbbe che sia un alieno, una sorta di E.T. tedesco: stando, innanzitutto, alla battuta che pronuncia nella terza scena : «Cavallo… cavallo… casa»; e stando, in particolare, al fatto che del nostro mondo non sa assolutamente nulla, a cominciare, poniamo, dall’uso di oggetti comunissimi come il cucchiaio.
Ma, se ci pensiamo, questo Kaspar Hauser somiglia molto al Pinocchio di Carmelo Bene, è un «lieto folle» che si rifiuta di crescere, ovvero di omologarsi alle idee e alle leggi del mondo in cui è capitato. Tanto è vero che, nell’undicesima scena, di fronte alle lusinghe del professor Daumer, che vorrebbe «educarlo», osserva: «Allora… adesso… imparare… e poi andare a casa».
Il chiodo fisso di Kaspar, insomma, è il ritorno al suo mondo «altro». E allora, molto intelligente risulta l’idea di Hermanis di affidare i ruoli dei personaggi che circondano il protagonista (l’ottimo Jirka Zett) a bambini travestiti da vecchi. Ed è un’idea che, per giunta, viene illustrata da invenzioni non solo puntuali, ma puramente e semplicemente folgoranti.
Basterebbe considerare, in proposito, che l’intera rappresentazione si fonda sulle tecniche del Bunraku, il teatro giapponese dei burattini in cui questi ultimi sono manovrati a vista da operatori completamente coperti di nero. Si poteva sottolineare meglio il fatto che, in quanto vecchi, quei bambini si riducono a forme vuote, prive di una vita che non sia, per l’appunto, una vita artificiale?
Né meno acuta e pertinente appare, del resto, la scelta di dare inizio allo spettacolo con la musica di quel Debussy che alle lezioni di armonia di Émile Durand si rifiutò di ascoltare le realizzazioni che volevano imporgli, ispirate alle soluzioni accademiche prescritte dai vecchi trattati scolastici. E il cavallo bianco, vero, che dall’inizio alla fine allude all’innocenza naturale? In breve, un allestimento che si risolve in una fusione perfetta di stile e poesia.

                                                                                                                                              Enrico Fiore

(«Il Mattino», 23 giugno 2014)

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