Se Genet e Strindberg incontrano Mario Merola

Lalla Esposito, al centro, in una scena di «Istruzioni per minuta servitù»

Lalla Esposito, al centro, in una scena di «Istruzioni per minuta servitù»

Il tema di «Istruzioni per minuta servitù» – il testo di Enzo Moscato presentato al Nuovo nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia – è, come si evince dal titolo, il rapporto (lo sappiamo, spesso ambiguo) tra padroni e servi, ovvero, più in generale, il rapporto (altrettanto ambiguo) tra il Potere in sé e le sue vittime/complici. E ne discende il fatto che il testo medesimo oscilla fra l’«alto» e il «basso»: poiché vengono chiamati in causa, e riscritti, da un lato Swift («Consigli alle persone di servizio»), Schopenhauer («Il mondo come volontà e rappresentazione»), Strindberg («La signorina Giulia»), Genet («Le serve») e, dall’altro, Scarpetta e addirittura Totò.
Naturalmente, non si tratta di citazioni casuali, motivate, cioè, solo dalla loro coincidenza col tema del testo. Moscato porta in scena l’impossibilità odierna della tragedia (ecco la riscrittura dello Strindberg de «La signorina Giulia») e il conseguente appiattirsi della contemplazione di sé nello specchio della solitudine (ed ecco la riscrittura del Genet de «Le serve», giusta l’acutissima analisi che ne stilò Sartre: «ciascuna di esse non vede nell’altra che sé stessa distante da sé»).

Enzo Moscato

Enzo Moscato

Insomma, attraverso il tema del rapporto fra padroni e servi, Moscato disegna il paradigma della contemporaneità post-industriale e, specifica lui, delle società «post-umanistiche»: e di qui la commistione del dramma e della farsa, a partire dalla citazione congiunta del capolavoro di Schopenhauer suddetto e dell’altra sua opera «Parerga e Paralipomena», da lui considerata come un’esposizione popolare del proprio pensiero. E il finale traduce anche il confronto fra la grigia epoca nostra e le ben più ricche e stimolanti epoche passate, se dobbiamo badare alla citazione, per quanto riguarda Swift, del «Discorso sulle lotte e i dissensi fra patrizi e plebei in Atene e Roma».

Cristina Donadio in un'altra scena di «Istruzioni per minuta servitù»

Cristina Donadio in un’altra scena di «Istruzioni per minuta servitù»

Ora, voi volete sapere che genere d’«istruzioni» dia Moscato alla sua «minuta servitù»? Vi bastino i due esempi seguenti: «Lava poi i bicchieri con l’acqua un po’ salina che tu stesso cacci, servo mio! Per risparmiare i sali detersivi del padrone, si capisce!»; e: «Si s’accide ‘nu Padrone, ‘o sanghe ca le iesce è cristallino: se po’ ausa’ benissimo pe’ dà sapore audace a la menesta!».
L’iperbole – ad un tempo surreale, dissacratoria e giocosa – risulta più che plateale. E tutto questo, con Moscato regista/domatore in scena, spesso col copione in mano, nello spettacolo prende la forma (non poteva essere diversamente) di una specie di rivista anarchica e sbrindellata, che trascorre, poniamo, dall’«Hymne à l’amour» cantato da Edith Piaf all’«Ave Maria» cantata da Mario Merola, da «Moon river» a «Funiculì funiculà», da «Et maintenant» cantata da Gilbert Bécaud a «Rusella ‘e maggio» cantata da Sergio Bruni, da «La Grande» di Schubert a «Cin Ci la» di Lombardo e Ranzato. Giù giù fino all’«Also sprach Zarathustra» di Richard Strauss utilizzato in «2001: odissea nello spazio» e senza dimenticare Eduardo, del quale si riprende da «Uomo e galantuomo» il tormentone «’Ndre’… tu nun me faie niente?».
Le cose migliori sono le prove fornite da Cristina Donadio e da Lalla Esposito. E, com’era facile prevedere, si chiude con il coro risentito di «no» che accoglie la cantilena («Vulite a mme, m’avite chiammato?») del solito Pulcinella, l’emblema, appunto, dell’antico servaggio napoletano rispetto alla retorica di una (molto) malintesa tradizione.

                                                                                                                                              Enrico Fiore

(«Il Mattino», 21 giugno 2014)

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