«Un Vania» argentino fratello di Amleto

Il manichino/Serebrjakov, Luciano Cohen e Paulina Torres in una scena di «Un Vania»

Il manichino/Serebrjakov, Luciano Cohen e Paulina Torres in una scena di «Un Vania»

Niente da dire, Marcelo Savignone – regista di «Un Vania», l’adattamento di «Zio Vanja» presentato alla Galleria Toledo nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia – è uno che va dritto al sodo. Se è vero, ad esempio, che i personaggi di Cechov sono prigionieri, senza scampo, di ruoli immutabili che prendono il posto della vita reale, nessun personaggio potrebbe interpretare il proprio ruolo meglio del Serebrjakov messo in scena dal regista argentino: è un manichino, per giunta piazzato su una sedia a rotelle.
Come se non bastasse, ecco che il Vania di Savignone mescola la sua prima battuta, quella sul fatto che dorme molto, con un’eclatante citazione del celeberrimo monologo di Amleto, il quale, lo sappiamo, incarna la quintessenza dell’inazione. E intorno, gli arredi, compresa la porta d’ingresso, sono montati su ruote e vengono continuamente spostati, a significare anche sul piano visivo l’instabilità e la confusione (mentali e morali insieme) che regnano in quel carcere di fantasmi.
Sono fantasmi che, per l’appunto, si agitano come bestie in gabbia, o passano il tempo a scagliarsi freccette, a tirare di boxe, a lottare a colpi di cuscino e a ripetere battute già pronunciate. E in un simile contesto Savignone trova pure il modo d’inserire sequenze surreali che si volgono a un umorismo tragico percorso da un brivido di poesia: come quando Elena tenta di spingere a far l’amore quel suo marito/manichino.
Scontato, invece, l’espediente di mostrare i personaggi che non sono di scena seduti a destra e a sinistra dello spazio dell’azione in attesa del loro turno: infatti, ricorreva pari pari anche nell’allestimento di «Zio Vanja» firmato da Konchalovskij e che abbiamo visto pochi giorni fa al Mercadante, sempre nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia. E scontato è pure quel baule, collocato in bella vista sul fondo, da cui vengono prelevati gli oggetti di volta in volta necessari alla rappresentazione.
In questo modo diventa pleonastica la sottolineatura, già evidente, della recita interminabile alla quale son condannati gli avviliti e nevrotici «antieroi» messi in campo da Cechov. Ma si sarà capito che, in ogni caso, parliamo di uno spettacolo interessante. E un contributo notevole alla sua riuscita viene dalla prova offerta dagl’interpreti, che meritano di essere citati uno per uno: accanto allo stesso Savignone (Zio Vanja), Paulina Torres (Elena), María Florencia Alvarez (Sonja), Merceditas Elordi (Marija Vasilevna), Luciano Cohen (Astrov) e Pedro Risi (Teleghin).

                                                                                                                                              Enrico Fiore

(«Il Mattino», 20 giugno 2014)

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