«Zio Vanja», il vaudeville al posto della vita

Aleksandr Domogarov e Yulia Vysotskaja in una scena di «Zio Vanja»

Aleksandr Domogarov e Yulia Vysotskaja in una scena di «Zio Vanja»

Come sappiamo, in Cechov vengono meno (o, nella migliore delle ipotesi, si riducono a larvali simulacri) entrambi i cardini del dramma borghese: il dialogo (spesso sostituito, di fatto, da un intrecciarsi di monologhi mascherati) e l’azione. E ce ne offre una lampante dimostrazione proprio quel «Zio Vanja» di cui, nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia, il Teatro Accademico Statale Mossovet di Mosca ha presentato al Mercadante l’allestimento firmato da Andreij Konchalovskij.
Infatti, i personaggi di «Zio Vanja» sono isolati, perché prigionieri, e senza scampo, dei loro singoli ruoli. E si tratta di ruoli che, ovviamente, prendono il posto della vita vera, in un presente che – per dirla ancora una volta con Szondi – «è oppresso dal passato e dall’avvenire, è un intervallo, un periodo d’esilio, dove la sola meta è il ritorno alla patria perduta». E rispetto a questo Konchalovskij ha costruito uno spettacolo che – ecco il miracolo (ed è un miracolo che solo i grandi registi sanno compiere) –
«riscrive» completamente il testo pur lasciandone completamente intatti l’intento, la potenza e la poesia.
Tanto a partire dall’impianto scenografico dello stesso Konchalovskij. Il fuoco dell’azione è costituito da una pedana, dunque da un palcoscenico sul palcoscenico: e così si dà luogo a una moltiplicazione della teatralità e, di conseguenza, della finzione. Ma, oltre che attraverso la moltiplicazione, la strategia registica qui messa in atto illustra il dettato di Cechov anche attraverso la sottolineatura per contrasto, ciò che significa fedeltà e invenzione congiunte. E faccio al riguardo solo qualche esempio.
Il «parassita» Teleghin è un grassone che s’ingozza come un porco. Il grottesco fantaccino ch’è Vanja, mentre si presenta a un certo punto in frac e cilindro, poi non esita a cacciare le mani sotto la gonna di Elena, con questo onorando il naso da clown che esibiva in veste di gagà. La «predatrice» Elena è colta da un orgasmo squassante al solo essere sfiorata da Astrov nel momento dell’addio. E infine, la bruttina Sonja (l’umile ancella) si precipita a rammendarglielo quando Astrov (l’utopista alcoolizzato) scopre che ha un calzino bucato; ma, quando ha appena mormorato il suo paziente «Che fare? Bisogna vivere!», in un conato di rabbia inane spazza via dal tavolo libri mastri e fatture. È il temporale improvviso che serve unicamente, dopo, a rinfocolare l’afa.
Il tono generale, si sarà capito, attiene al vaudeville che tanto piaceva a Cechov. E, però, a far da metronomo a questi ritmi leggeri entra nello spettacolo dall’inizio alla fine (e andrà persino a fare una lieve carezza a Vanja) un’elegantissima dama in bianco. Evidentemente, è l’Angelo che incarna il sogno di una vita «altra»; mentre – l’estrema denuncia della finzione – durante i cambi di scena a vista (la sospensione del teatro) vengono proiettate sul fondale le immagini del traffico caotico di una città di oggi.
Superfluo, adesso, sprecare parole sulla prova superba offerta dagli interpreti, a metà fra Stanislavskij e Brecht. Vanno citati almeno Pavel Derevjanko (Zio Vanja), Aleksandr Domogarov (Astrov), Yulia Vysotskaja (Sonja) e Natalia Vdovina (Elena). E vogliamo dire, per concludere, che in questo spettacolo indimenticabile spasimano tutto lo strazio, tutta la tenerezza, tutta la follia e tutto l’eroismo della vita? Al termine della «prima» si son sommati – agli applausi della platea, convinti e appassionati come raramente capita di sentire – i baci sulla punta delle dita che Konchalovskij lanciava ai suoi attori da un angolo del proscenio.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 14 giugno 2014)

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