La parodia estrema di Beckett contro il teatro occidentale

Lello Arena in un momento di «Finale di partita»

Lello Arena in un momento di «Finale di partita»

Non c’è che dire. «Finale di partita» di Beckett va considerato – anche se si tratta di uno dei capolavori assoluti della drammaturgia europea moderna (o forse proprio per questo) – come la parodia estrema del teatro occidentale: una parodia, però, che nasce non all’esterno, ma all’interno dell’azione che si sviluppa sulla scena. In «Finale di partita», insomma, vive un’azione teatrale che, con lucido pessimismo, si vota all’unico scopo di prendere in giro sé stessa.
Lo dimostrano non solo determinati dialoghi (basti pensare che, quando Clov gli chiede: «A che servo io?», Hamm, per l’appunto, risponde: «A darmi la battuta»), ma anche e soprattutto la «situazione» proposta: in un rifugio, dopo una catastrofe che ha sterminato il resto dell’umanità, si ritrovano, per dilaniarsi a vicenda, Hamm, cieco e paralitico, Clov, per lui un po’ figlio un po’ discepolo un po’ servo, e Nagg e Nell, i genitori di Hamm confinati senza gambe in due bidoni della spazzatura. È una «situazione» che traduce con lancinante fedeltà proprio la natura profonda (e ad un tempo esaltante e disperante) del teatro.
Una natura, questa, che si riduce alla circostanza per la quale – come più volte mi è capitato di osservare – il teatro è costretto a fingere la vita nel momento stesso in cui vive. E infatti, che cosa accade, tutto sommato, in «Finale di partita»? Nulla, perché – giusto – Hamm e Clov fingono soltanto di vivere: in effetti, la loro partita reale l’hanno già giocata (lo dicono esplicitamente le prime parole del testo: «Finita, è finita») e, adesso, si limitano a ripeterne eternamente e stancamente le mosse, date per sempre dal momento che – essendo esse il passato – non possono più cambiare.
Ebbene, Lluís Pasqual – regista dell’allestimento di «Finale di partita» presentato al Nuovo nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia – illustra tutto questo come meglio non si sarebbe potuto. A partire dal fatto che il rosso prescritto da Beckett per la faccia di Hamm qui si mostra a chiazze disuguali, proprio come il cerone che sulla faccia dell’attore comincia a disfarsi verso la fine della recita.
Ma l’invenzione principale e decisiva di Pasqual consiste nella scelta di affidarsi ad attori napoletani: perché stavolta non c’entra nulla la ridicola pretesa corrente di rapportare a Napoli tutto e il contrario di tutto e, invece, c’entra moltissimo quello ch’è uno dei cardini della storia teatrale napoletana, appunto la parodia. Basta ricordarsi di come Petito, in «Francesca da Rimini», fece a pezzi la lingua gonfia e paludata di Silvio Pellico.
Non siamo a quanto dicevo all’inizio circa lo scontro di Beckett con l’ufficialità del teatro occidentale? E vedete, poi, che cosa son capaci di fare al riguardo gli attori qui in campo. I falsetti con cui Lello Arena connota Hamm si susseguono come un perfetto equivalente dei soprassalti della coscienza nello stillicidio indifferenziato dei giorni. E la Nell di Angela Pagano? Non sono che pochi minuti, ma vi si concentra tutta la sapienza distillata dalla nostra gloriosa tradizione. E mentre Gigi De Luca (Nagg) si conferma come uno dei migliori caratteristi in circolazione, s’impone anche, nei panni di Clov, il giovane Stefano Miglio.
Per concludere, questo spettacolo costituisce la prova che è possibile rinverdire i fasti del teatro napoletano ben al di là della sterile retorica di comodo.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 11 giugno 2014)


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