Il bozzetto di un Eduardo apparentato a Seneca

Eros Pagni e Federico Vanni in una scena de «Il sindaco del Rione Sanità»

Eros Pagni e Federico Vanni in una scena de «Il sindaco del Rione Sanità»

«Fa comodo a tutti un Antonio Barracano che se ne va all’altro mondo per collasso cardiaco dopo avere speso una vita intera per limitare la catena dei reati e dei delitti. Avrebbe dovuto spenderla per allargarla. Come spenderò i miei ultimi anni. (…) Io faccio il referto medico come mi detta la coscienza».
Così, fra l’altro, recita la battuta di Fabio Della Ragione che chiude «Il sindaco del Rione Sanità» di Eduardo De Filippo. Ed è la battuta decisiva: non solo perché dà conto del caso, unico nella produzione eduardiana, di un testo che (sfociando, addirittura, nell’uccisione del personaggio protagonista) rifiuta in maniera radicale la consueta ricomposizione finale dell’«ordine costituito», ma anche e soprattutto perché illumina come meglio non si potrebbe il tema centrale della commedia: lo scontro fra l’utopia e la realtà, fra l’illusione e il disincanto.
Al «sindaco» – convinto di poter garantire ai poveri e agli ignoranti la giustizia che nega loro lo Stato dei ricchi e dei colti e di poter riuscire, con ciò, a spezzare la spirale perversa degli sgarri e delle vendette – si contrappone, infatti, un Della Ragione che, dopo aver aiutato per trentacinque anni Barracano nella sua «assurda» impresa, si rende conto che l’uomo non è uomo, giacché non sa, come vorrebbe il «sindaco», capire «ch’è venuto il momento di fare marcia indietro e la fa».
Ebbene, sembrerebbe che Marco Sciaccaluga – regista dell’allestimento de «Il sindaco del Rione Sanità» presentato al San Ferdinando, nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia, dagli Stabili di Genova e di Napoli – tutto questo l’abbia capito: vedi la sequenza iniziale, con Barracano isolato al proscenio nel biascichio di cantilene nevrotiche e tutti gli altri personaggi seduti sul fondo come la giuria in un tribunale.
Ma ho scritto «sembrerebbe» perché, poi, prende il sopravvento il solito bozzetto naturalistico, spinto fino all’invenzione di far morire il «sindaco» a vista, mentre Eduardo, assai più efficacemente e allusivamente, lo faceva morire fuori scena. E insomma, Sciaccaluga, per riassumere con una battuta, apparenta Eduardo a Seneca.
Al di là delle battute, però, tale cornice bozzettistica e naturalistica produce in concreto due conseguenze negative: l’appiattirsi della rappresentazione sulla trama in sé, una delle più deboli fra quelle immaginate da Eduardo e che a tratti sfiora sinanche il fumettistico; e l’accentuarsi delle carenze sul versante della pronuncia del dialetto da parte degli interpreti non napoletani. E il risultato, per quanto riguarda quest’ultimo punto, è che, per fare solo un esempio, viene buttata via una battuta proverbiale e per molti versi capitale come: «Ave ragione ‘o cane».
Questo senza nulla togliere al livello della prova offerta dai due protagonisti Eros Pagni (Antonio Barracano), eccellente come sempre sotto il profilo tecnico, e Federico Vanni (Fabio Della Ragione), che, facendo onore al cognome del personaggio, mette in campo l’arma della misura. Fra i napoletani direi che i migliori sono Rosario Giglio («’O Cuozzo»), Gino De Luca (Catiello) e Francesca De Nicolais (Rita).

                                                                                                                                              Enrico Fiore

(«Il Mattino», 9 giugno 2014)

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