Una danza sul mare
tra Napoli e il Brasile

Un momento di «Reshimo»

Un momento di «Reshimo»

Dietro l’enorme palcoscenico, il fondale era costituito dall’arco del golfo punteggiato di luci. Ma lo vedevamo dalla parte opposta, avendo il Vesuvio alle spalle. Ed eccoli, i due temi fondamentali di «Reshimo», lo spettacolo della Vertigo Dance Company che ha aperto nell’Arena di Pietrarsa la settima edizione del Napoli Teatro Festival Italia: l’inversione (anche nel senso della specularità) e il mare (anche come metafora della vita).
Io non so (e, poi, non ha alcuna importanza saperlo) se la compagnia israeliana in questione ha creato il suo spettacolo, in tutto o in parte, lì a Pietrarsa. Ma so per certo che i luoghi hanno un’anima segreta. E quando accade che l’anima segreta dei luoghi entri in sintonia con quella di chi, a qualsiasi titolo, attraversa quei luoghi, si compie un miracolo, nei termini del mistero e dell’esaltazione insieme.
«Reshimo» s’ispira dichiaratamente alla Qabbalah, che traduce in chiave mistica ed esoterica il rapporto singolarissimo – individualistico, personale e «paritario» – che l’ebreo intrattiene con Dio. Di qui l’inversione e la specularità. E in breve, potremmo assumere come epigrafe di questo spettacolo il quinto versetto del Salmo XX: «L’Eterno risponda / a tutte le tue domande».
Vediamo, allora, che la strategia coreografica di Noa Wertheim cambia continuamente la posizione dei componenti le coppie dei danzatori, prima la donna davanti e l’uomo dietro e poi l’uomo davanti e la donna dietro. E altrettanto continua è l’oscillazione tra il pieno e il vuoto, tra l’aggregarsi e il disaggregarsi dei corpi come stormi d’uccelli in volo e come il turbinio delle foglie che cadono alla fine. Non richiamano, quest’aggregazione e questa disaggregazione incessanti, la diaspora fra le sponde del Mediterraneo, di esploratori, conquistatori e, oggi, di migranti?
Il mare, dunque. I danzatori che si rotolano sul palcoscenico da sinistra a destra e da destra a sinistra imitano esattamente il rollio della nave, in particolare il rollio indotto da quello che i marinai chiamano «mare lungo», una serie infinita di dolci oscillazioni che provocano una sorta di trance. Sicché non a caso la colonna sonora di Ran Bagno accoglie come leitmotiv l’inno al Brasile, sogno di un’evasione verso la leggerezza.
Prima dello spettacolo, c’è stato un «flash mob» filopalestinese. Ma, paradossalmente, per inquadrare «Reshimo» servono i versi di Nazim Hikmet. Turco e comunista, scrisse dell’infinità, dell’infelicità, della speranza e della saggezza del mare.

                                                                                                                                              Enrico Fiore

(«Il Mattino», 8 giugno 2014)

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