Quel ponte che corre
tra Cechov e Eduardo

Anton Cechov

Anton Cechov

Spiccano, nel programma della settima edizione del Napoli Teatro Festival Italia, i «focus» dedicati a Cechov e a Eduardo De Filippo. E spiccano perché offrono l’opportunità di una riflessione sul tema forte che – fatte, ovviamente, le debite differenze – accomuna l’opera di questi due autori: la vita messa fra parentesi.
Per quanto riguarda Cechov, basterebbe, in proposito, considerare «Zio Vanja». La battuta-chiave di quel testo è: «Non si può». La ripetono, a turno, quasi tutti i personaggi principali: Sonja, Elena, Serebrjakov e Astrov. E ancora più frequente è la sua variante individualistica: «non posso». Infatti, ineffettuale si rivela la passione fra Astrov ed Elena. E se zio Vanja giungerà a sparare a Serebrjakov, lo mancherà per ben due volte, così da prorompere, alla fine, in un’esclamazione davvero degna del vaudeville che tanto piaceva a Cechov: «Non l’ho colpito? Ancora cilecca? Oh diavolo, diavolo… Il diavolo se lo porti».
In breve, quei personaggi sono appena dei fantasmi, che nascono e muoiono nel limbo della rinuncia e della solitudine; e per loro – tra la nascita e la morte – esiste unicamente la condanna a un ruolo, immutabile e perennemente inutile: quello di onesto amministratore della tenuta (a beneficio di Serebrjakov) per zio Vanja, quello di umile ancella per la bruttina Sonja, quello di scienziato trombone per lo stesso Serebrjakov, quello di «predatrice» per la sua insoddisfatta moglie Elena, quello di ecologista ante litteram per Astrov…

Eduardo De Filippo

Eduardo De Filippo

Ebbene, non vi torna in mente, per venire a Eduardo, quanto di simile si accampa ne «Le voci di dentro»? Vi si accampa, per l’appunto, una vita messa fra parentesi; e, peggio, una vera e propria fuga dalla vita: una fuga di cui costituisce la spia d’allarme il fatto che quasi tutti i personaggi di quella commedia «nera» sognano. E persino chi non sogna, come il portiere Michele, coltiva la nostalgia dei sogni che faceva da ragazzo, quando «la vita era un’altra cosa» e si poteva fare sogni che «parevano spettacoli di operetta di teatro».
In altre forme, questi temi ricorrono, se ci pensiamo, anche nei due testi di Eduardo compresi, ora, nel programma del Napoli Teatro Festival Italia: «Il sindaco del Rione Sanità» e «Dolore sotto chiave».
Antonio Barracano ingabbia la cruda realtà della vita nell’utopia di poter garantire ai poveri e agli ignoranti la giustizia che mai otterrebbero dallo Stato dei ricchi e degli addottorati; e di poter riuscire, altresì, a spezzare con ciò, sul versante dell’illegalità, la spirale perversa degli sgarri e delle vendette. Il tutto accompagnato dall’illusione che l’uomo possa riscattarsi dalla propria miseria morale.
È l’utopia che alla fine batte in breccia Fabio Della Ragione. Lui – che per trentacinque anni ha ricucito in segreto le pance e in segreto ha estratto proiettili da gambe, braccia e spalle per impedire l’«ufficialità» dei crimini e quindi le inevitabili ritorsioni – adesso si rifiuta di mentire, e decide («faccio il referto medico come mi detta la coscienza») di rivelare che il «sindaco» è morto non per collasso cardiaco, ma per la coltellata tiratagli dal panettiere Arturo Santaniello.
Sembra proprio, l’invettiva di Fabio Della Ragione (e mai, naturalmente, cognome fu più allusivo), in linea con la requisitoria che Rocco Capasso, il protagonista di «Dolore sotto chiave», scaglia contro la sorella Lucia quando scopre che per undici mesi lei gli ha tenuto nascosta la morte della moglie Elena: «Il dolore era mio, lo capisci, e lo avrei sofferto tutto, tutto intero: fino in fondo. Mi sarei disperato, mi sarei strappato i capelli, avrei passato notti intere a piangere… e avrei assaporato anche la piccola gioia, se gioia si può chiamare, del conforto che ti danno gli amici in casi simili. Li avrei voluti gli amici intorno, l’avrei accompagnata mia moglie fino all’ultima dimora, povera Elena!»; e ancora: «Adesso come faccio a piangere? Dimmi tu, come faccio? Non me ne sento né la disposizione né la voglia. E l’adoravo, povera Elena! Aveva diritto al mio pianto!».
Rocco Capasso insegue, per giunta, un paradosso di evidente ascendenza pirandelliana. Nel rievocare la relazione che intraprese con un’altra donna mentre Elena, a detta di Lucia, continuava a giacere interminabilmente «tra la vita e la morte», sbotta: «E l’ho tradita!»; ma, subito dopo, si corregge: «Cioè no, non l’ho tradita, perché ero già vedovo e non lo sapevo». E sì, c’è davvero, questo ponte che, per quanto invisibile ai più, corre tra i capisaldi del teatro europeo.

                                                                                                                                             Enrico Fiore

(«Il Mattino», 6 giugno 2014)

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2 risposte a Quel ponte che corre
tra Cechov e Eduardo

  1. Ascanio Ferrara scrive:

    Egr. Dott. Fiore,
    a proposito di Eduardo, cosa ne pensa della recente intervista rilasciata dal maestro De Simone che parla di effetto devastante per la cultura napoletana autentica che ebbe l’uso che Eduardo fece della mediaticità e di ufficializzazione del teatro come testo-letterario che ha seppellito la grande matrice orale?
    Continua De Simone: peggiore è l’uso che si fa delle sue commedie. E’ facile riprendere “Le voci di dentro” e recitare una fissità testuale. Dov’è l’arte? Oggi si privilegia una lettura sterile dell’eduardismo compiaciuto, quello con cui ha vinto la bassa Napoli del ragù e del caffè.
    L’intervista offre altri spunti interessantissimi (meglio sarebbe dire “verità”?) su cui anche Lei si è più volte espresso.
    Grazie e saluti.

  2. Enrico Fiore scrive:

    Gentile Signor Ferrara,
    io penso – fermi restando la stima e l’affetto che nutro per lui – che Roberto De Simone abbia, insieme, torto e ragione. Ha torto perché non può giudicare tutta l’attività drammaturgica nell’ottica esclusiva del teatro musicale che lo stesso De Simone privilegia e nel cui ambito, come sappiamo, ha creato capolavori assoluti (a partire, è ovvio, da “La Gatta Cenerentola”). Ha ragione, invece, quando stigmatizza l’uso che di solito oggi si fa delle commedie di Eduardo: un uso che obbedisce o alla pigrizia intellettuale o a intenti commerciali o, quel ch’è peggio, alle due cose insieme. In breve, gentile Signor Ferrara, abbiamo trasformato Eduardo De Filippo in una specie di San Gennaro, mentre sarebbe arrivata l’ora (soprattutto in occasione del trentesimo anniversario della sua morte) di sottoporne l’opera a un’indagine critica e a una pratica scenica tese a valutarla specialmente in ordine alla presa che ancora può avere sul presente, sociale oltre che teatrale.
    Con i più cordiali saluti,
    Enrico Fiore

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